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Vittime tra le vittime (di Superciccia)

Nel giorno in cui ricordiamo istituzionalmente la Shoah (“disastro, desolazione” in ebraico), dei mille livelli di disumanità e tragedia in cui questo genocidio di massa si è declinato, vorrei affrontare uno dei più abberranti: i Sonderkommandos.

Questi erano ebrei deportati che, all’ arrivo ai campi di sterminio, essendo giovani e forti, venivano separati dagli altri prigionieri e raccolti in un’ Unità Speciale che godeva di minimi privilegi alimentari e di trattamento, innaffiati da una discreta quantità di alcolici forniti al perverso scopo di  render loro più sopportabile il prezzo stesso di quei privilegi.

Essi infatti erano gli occhi, le orecchie ed il sadico bastone delle SS; mossi dalla paura di esser destituiti (e potete immaginare cosa comportasse il “licenziamento”) finivano con l’ esser spesso persino più crudeli delle guardie stesse allo scopo di compiacerle e, di fatto, sopravvivere qualche giorno in più.

Il loro compito era principalmente quello di gestire l’ ingestibile: quello che persino i Nazisti nella loro disumanità, preferivano non gestire: la morte di massa.

Ed ecco una delle depravazioni più crudeli e maledette di questa tragedia: ebrei che accompagnavano ebrei alle camere a gas, li svestivano e una volta cadaveri, recuperavano tutto ciò che poteva interessare ai nazisti: capelli,denti, tatuaggi, oggetti di valore e infine trasportavano esseri umani a volte ancora vivi (più spesso bambini) ai forni crematori.

La paura, la fame, la rassegnazione.. la consapevolezza di essere morti che camminano e che se anche si fossero rifiutati qualcun altro avrebbe accettato quell’ingrato compito perchè, con o senza loro, quella macchina di orrore avrebbe perseguito inesorabile il proprio scellerato scopo e che, infondo, avrebbero espiato con la loro stessa imminente morte, tutto l’orrore di cui sie erano resi “complici”, li trascinava verso l’annullamento di ogni sentimento,  abbandonandoli, storditi, in un quel fiume di cadaveri senza più provare nulla. L’apatia nel senso più inumano del termine.

Vorrei leggeste questo episodio raccontato R. Hoss, ufficiale delle SS il quale, che sia dannato, con tono canzonatorio e sprezzante nell’ ignobile tentativo di dimostrare a quale livello di disumanità infondo, anche “i giusti” arrivassero ad abbassarsi, finì invece con il rendersi testimone dell’ esistenza di un drammatico scarto, tra i cadaveri di cui si siano potuti rinvenire i resti e quelli che ancora respiravano, camminavano e potevano sembrare vivi ai più.

(…) nell’estrarre i cadaveri da una camera a gas, improvvisamente uno del Sonderkommando si arrestò, rimase per un istante come fulminato, quindi riprese il lavoro con gli altri. Chiesi al kapò che cosa fosse successo: disse che l’ebreo aveva scoperto tra gli altri il cadavere della moglie. Continuai ancora ad osservarlo per un certo tempo, ma non riuscii a scorgere in lui nessun atteggiamento particolare. Continuava a trascinare i suoi cadaveri, come aveva fatto fino ad allora. Quando, dopo un poco, ritornai al comando, lo vidi seduto a mangiare in mezzo agli altri, come se nulla fosse accaduto (…) ” (tratto da “Comandante ad Auschwitz“).

Io credo che nulla possa raccontare più di questo, cosa significhi essere morti. Nulla.

Voglio aggiungere infine due estratti da “La zona Grigia” di Primo Levi che vale la pena di leggere perchè non si creda nemmeno per un attimo che la violenza fisica e la fame siano stati il solo tormento destinato a queste , più dannate, vittime tra le vittime.

Nyiszli ( ebreo anatomo-patologo “convertito” a collega dell’infame Menghele ndr) racconta di aver assistito, durante una pausa del “lavoro”, ad un incontro di calcio fra SS e SK (Sonderkommandos), vale a dire fra una rappresentanza delle SS di guardia al crematorio e una rappresentanza della Squadra Speciale; all’incontro assistono altri militi delle SS e il resto della Squadra, parteggiano, scommettono, applaudono, incoraggiano i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita si svolgesse sul campo di un villaggio. Niente di simile è mai avvenuto, né sarebbe stato concepibile, con altre categorie di prigionieri; ma con loro, con i “corvi del crematorio”, le SS potevano scendere in campo, alla pari o quasi. Dietro questo armistizio si legge un riso satanico: è consumato, ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza, l’anti-razza, il nemico primo del Reich Millenario: non siete più il popolo che rifiuta gli idoli. Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati sul fondo con noi. Siete come noi, voi orgogliosi: sporchi del vostro sangue come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello.

E ancora:

” Alcuni hanno testimoniato che a quegli sciagurati veniva messa a disposizione una grande quantità di alcolici, e che essi si trovavano permanentemente in uno stato di abbrutimento e di prostrazione totali. (….)  Aver concepito ed organizzato le Squadre è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all’aspetto pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti più atroci) se ne scorgono altri più sottili. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli. Si prova la tentazione di torcere il viso e distogliere la mente: è una tentazione a cui ci si deve opporre. Infatti, l’esistenza delle Squadre aveva un significato, conteneva un messaggio: “Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete migliori di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, così come abbiamo distrutto le nostre “.

Pensate cosa possa voler dire entrare in un incubo in cui si è stati catapultati incolpevoli ed uscirne (fisicamente) con la consapevolezza d’esser stati vittima ma anche carnefice. Sapreste difendervi dal biasimo degli altri, certo, impossibile non comprendervi… Ma voi? Sareste davvero in grado di perdonarvi? Di condurre la vostra vita avendo stima di voi stessi e superando ciò di cui, nolenti, siete stati capaci? O forse quel pensiero sarà per voi un tormento che non avrà mai fine, perpetrato dal più implacabile dei giudici: voi stessi.

Un uomo non dovrebbe mai scoprire cosa è in grado di fare quando perde ogni speranza, non solo di sopravvivere, ma che esista un qualche senso, in qualche senso.

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