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Cos’è che ci occorre? Più politica (di Giuseppe Civati)

Politica, impolitica, antipolitica

Piccolo trattatello notturno.

Non serve meno politica, ne serve anche di più.

Perché dopo vent’anni a sentirsi ripetere che la politica non serve a nulla, che sono tutti uguali, che è tutto un teatrino, sappiamo che le cose sono più complesse.

Perché dopo trent’anni a sentirsi ripetere che ci vuole meno politica, abbiamo scoperto che forse la politica ha fin troppo abdicato al proprio ruolo. Perché questa storia che ci sono cose che non sono né di destra, né di sinistra, è un gran bella scemenza, di quelle pericolose, anche. Perché ora che le persone ne hanno più bisogno, si capisce che un patto sociale ci vuole. E che questo patto è politico.

Di questi tempi, insomma, la politica serve eccome. Solo che, come per la riforma fiscale, va spostata, deve trovare nuovi pesi e nuove misure. Perché è fuori posto. Perché deve tornare nelle mani degli elettori, deve essere verificabile, deve spiegare le cose che dice e soprattutto quelle che fa. E deve conoscere i propri limiti, in tutti i sensi. E quelli che la pensano così, non sono populisti, no, cercano solo di cambiare le cose. E chi si arrabbia, per quello che vede, ha abbondantemente ragione. Perché un po’ di politica deve uscire dal palazzo e andare in piazza, e viceversa.

Serve meno politica, in quel senso lì, quando c’è da nominare un primario o da indire un concorso pubblico. Serve meno politica, perché meno persone devono dipendere dalla politica. Serve meno politica, perché se ne parla troppo, e in modo involuto, da troppo tempo, e con le stesse persone.

E però serve più politica per fare cose che non rispondano alle esigenze di una sola corporazione, ma difendano l’interesse generale. Serve più politica per spiegare dove si trovano le risorse, a chi chiederle, e perché. Serve più politica per affrontare la questione settentrionale e quella meridionale, senza abbandonarsi a slogan stronzi, ma nemmeno all’inerzia del «qui si è sempre fatto così».

Va detto, in secondo luogo, che gli impolitici, soprattutto se sono stati al centro della scena pubblica negli ultimi vent’anni, sono politici anche loro. E se fanno finta di niente, sono politici non particolarmente seri. E se sono imprenditori, poi, hanno un problema in più, perché in Italia abbiamo avuto un precedente di quelli parecchio ingombranti. E che il «ghe pensi mi», che è diventato motto nazionale, ha prodotto danni inauditi. E che abbiamo bisogno di pensarci in tanti, alle cose.

Inoltre, è il caso di riconoscere una volta per tutte che la protesta bollata come antipolitica, è spesso la richiesta di un’altra politica. Di una politica diversa. Che non occupi il potere, ma lasci disoccupati gli uomini di potere. Che serva e che funzioni. Che, mentre cerca di tornare a servire e a funzionare, rinunci ad alcuni privilegi spropositati. Che punti a ritrovare la credibilità perduta, insomma, senza arroccarsi. Che si mobiliti e si indigni per le disuguaglianze, per i favori, per i trucchi. E che reagisca di conseguenza.

Che alle domande, insomma, si deve rispondere. E che alle domande dell’impolitica e dell’antipolitica, così come le abbiamo definite, che sono spesso, anche se negano di esserlo, domande politiche, deve rispondere la politica. E deve badare alla sostanza, soprattutto. Che, guarda caso, è politica.

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