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Cultura, valori, regole: il modus pensandi italiano (di CittadinoInformato)

Felice Lima, giudice del Tribunale di Catania, in un articolo pubblicato sul blog “Uguale per tutti” indaga sul modus pensandi italiano, sottolineando quanto sia importante considerare la cultura del paese e la necessità di intervenire su di essa prima di poter giungere ad un vero cambiamento sociale, prima che istituzionale, della nazione.

Gli italiani e le regole

Gherardo Colombo, con il suo intervento “Informazione e democrazia: missione impossibile”, affrontando e proponendo il tema dell’informazione, pone un problema fondamentale: “È possibile, lasciando invariata la cultura, il modo di pensare prevalente, che l’informazione cambi e diventi corretta?”
Si tratta di una questione che non riguarda solo il tema dell’informazione, ma un po’ tutto nella vita del nostro Paese.
A me pare evidente – anche sul piano logico – che, in una comunità sociale, nulla che sia davvero diffuso può essere realmente in contrasto con la “cultura” di quella società, intendendo per “cultura” non l’“accademia” ma l’insieme dei valori, dei principi e delle regole che “nei fatti” (e non in teoria) informano di sé la vita sociale e le relazioni fra le persone.

(…) Gli italiani pretendono di continuare a fare tutto quello che rende la loro società ciò che è, pretendono di continuare a non pagare le tasse, a farsi raccomandare, a mantenere uno scarto enorme fra la “teoria” e la “pratica”, a vivere di certificati medici richiesti per telefono e lasciati dal medico al portiere, di cause vinte con testimoni falsi, di pensioni per falsi invalidi, di parcheggi con false tessere di portatori di handicap, di graduatorie truccate e mille altre cose ancora, e contemporaneamente sperano e addirittura reclamano con arroganza che venga fatto “qualcosa” che, lasciando intatte le cause (o almeno la parte di causa che grava sulla responsabilità di ciascuno) rimuova, come per magia, le conseguenze negative delle cause.

Gli italiani, fa ridere dirlo, vogliono continuare a saccheggiare le casse dello Stato ottenendo che una qualche legge o circolare le lasci ricche come prima pur dopo il furto! Questo è il paradosso assoluto. Gli italiani sono decisamente quelli della botte piena con la moglie ubriaca.
Tutti gli altri popoli sanno che non si può avere contemporaneamente tutto. Gli italiani vogliono contemporaneamente tutto e sembrano credere che sia possibile. Meno tasse e più servizi; bassi premi assicurativi e grandi risarcimenti; efficienza della pubblica amministrazione e libertà per i pubblici dipendenti di “presentare certificato medico” a comodo; giustizia economica, garantista, veloce, dura con chi ci fa antipatia, buona con i nostri amici e con noi stessi; sicurezza nella strade, ma no alle multe con gli autovelox; eccetera, eccetera, eccetera.

(…) C’è stato un tempo in cui le persone – penso ai politici “che contano” – facevano delle mascalzonate, ma capivano che un conto era farle, un conto era dire che non erano mascalzonate. Dunque, si accontentavano di fare le mascalzonate e portavano da soli il peso della “colpa”. La nostra generazione – con una decisa accelerazione del fenomeno da Craxi in poi – ha trovato geniale liberarsi da questa “sovrastruttura”.
Ed ecco tutti, quindi, fare una sorta di outing, con il quale non solo ammettono la mascalzonata, ma ne difendono il valore, ora pretendendo di “chiamarla con un altro nome”, ora mettendola in relazione con altre cose indicate come peggiori. Credo che solo in Italia sia efficace – sul piano del sentimento popolare (che è appunto la “cultura” della quale stiamo parlando) – una difesa da parte di chi sia sorpreso a rubare consistente nel dire: “Ma insomma, con tanti che rubano miliardi, devo pagare proprio io che rubo solo milioni?”
È quello che scrive Gianni Barbacetto nel suo “Dialogo tra un lettore e un Islandese”. Lascia davvero stupefatti l’improntitudine con la quale maggiorenti del Paese ammettono pubblicamente le malefatte più ignominiose, dandone spiegazioni surreali nelle quali sembrano credere davvero.
Ed è evidente che ciò crea un “cultura diffusa” della impunità di tutti per tutto.
E tornando, quindi, all’impegno per incidere sulla “cultura”, credo che la questione non sia se funzionerà e in quanto tempo. Credo che lavorare a un cambio della cultura diffusa sia, per un verso, una necessità e, per altro verso, l’unica cosa che davvero può cambiare il Paese.

Nel condividere, quindi, pienamente il pensiero di Gherardo Colombo, vorrei provare ad aggiungere qualche breve considerazione sulle dinamiche che portano noi italiani a capire meno di altri popoli ciò che mette in evidenza Gherardo.
Il primo dei nostri problemi mi sembra quello di non capire l’«in sé» della cosa.
Gli italiani sembrano non capire la relazione che c’è fra ciò che fanno e la cultura che le loro azioni producono. In sostanza, non capiscono che ciò che fanno “agisce” nel contesto, lo cambia, lo condiziona.
Chi butta una carta per terra in strada sembra non percepire la relazione che c’è fra questo gesto e la sporcizia della sua città.
A me sembra che questo accada per una attitudine di noi italiani alla “furbizia”, per la convinzione che sembriamo avere che si possano salvare contemporaneamente i princìpi e gli interessi in contrasto con quei princìpi. È sostanzialmente ciò di cui ho già detto a proposito dell’esito perverso al quale abbiamo portato l’idealismo.
L’altro aspetto del problema mi sembra la nostra attitudine a sterilizzare gli imperativi etici sottoponendoli a condizione.
“Io pagherei volentieri le tasse, se mi dessero i servizi”, “io testimonierei tranquillamente il vero in un processo, se questo non mi causasse degli imbarazzi”, “io non mi farei raccomandare, se non ci fosse da temere che altri lo facciano e ottengano il posto a cui ambisco”, eccetera.
Questo approccio tutto italiano consente agli italiani di sentirsi onesti mentre delinquono, di sentirsi democratici mentre fanno i razzisti, di sentirsi cattolici mentre fanno i pagani. Perché, come dice una triste barzelletta, “non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono negri”.
(…) Trovo che impegnarsi a mettere davanti a più persone possibili la vera natura delle loro condotte e l’evidente relazione fra quelle e la degenerazione del contesto in cui vengono agite possa essere un buon servizio e una buon tipo di “informazione”.
Gianni Rossi Barilli, nel suo articolo si chiede preoccupato se “ci salveranno le minoranze vitali, motivate e creative che svettano sul blob generale secondo i sociologi”, intente a questo impegno.
Io non so se ci salveranno (e tendo, sul punto, a un preoccupato scetticismo), ma, proprio perché credo che il nostro agire incida sul contesto e proprio perché credo che un dovere è un dovere, sono convinto che questo compito sia nostro dovere, indipendente da qualunque prognosi sull’esito – a breve o a lungo termine – del nostro impegno.

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