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Articoli con tag ‘Exodus’

L’evoluzione (di Exodus)

Sting (http://sting10.wordpress.com/) ha lasciato questo commento in un mio post:
“Io penso che l’evoluzione faccia parte della vita stessa senno’ saremmo ancora scimmie”
Io credo che non vi sia ALCUNA evoluzione.
Non nel senso che comunemente riconosciamo al termine. Che vi siano mutamenti è indubbio ma evoluzione intesa come “miglioramento” è cosa diversa e addirittura fuorviante: evoluzione ha senso solo se riferita all’adattamento all’ambiente, senza connotati migliorativi alcuni.
Sono anzi costernato dal modo in cui la “teoria evoluzionista” sia diventata “legge dell’evoluzione” prendendo le connotazioni di fatto scontato e naturale. E’ una delle aberrazioni del nostro tempo in cui si da per scontato ciò che con più forza viene propagandato. Più lo gridi e più viene accettato. Il fatto che da un brodo primordiale schifoso, casualmente sia stata creata la vita, che poi nell’arco di miliardi di anni sia diventata un velina che va a Sanremo senza mutande è un fatto comunemente accettato. E io mi chiedo: ma se si arriva a credere una cosa del genere, che l’ameba nel tempo sia diventata una prosperosa cubista di un metro e ottanta, ma a cosa non riusciranno a farci credere? A tutto. O al contrario di tutto.
Se si crede senza porre dubbio una cosa del genere, allora è possibile convincere una popolazione di qualsiasi cosa.
D’altronde come si fa a dimostrare che l’ameba non si è evoluta a supertettona tatuata? Mica si può prendere il residuo della zuppa e aspettare qualche miliardo di anni per vedere cosa succede. No. Non è possibile. Occorre solo insegnarlo ai bambini nelle scuole e il gioco è fatto. Dal brodo schifoso si crea la vita, per caso, che poi comincia a riprodursi, così, a duplicarsi da solo, poi diventa pesce, poi scimmia, infine va a Sanremo, e poi a Palazzo Chigi. Oddio, nel nostro Paese ci si potrebbe anche credere in fondo.
Ma qual’è qui l’evoluzione? Che prove si hanno che l’uomo preistorico non avesse in sé le stesse capacità, la stessa curiosità, la stessa “spiritualità”, lo stesso desiderio di vita e di conoscenza che abbiamo noi oggi?
Io non credo affatto che vi sia stata “evoluzione” (miglioramento). Credo che vi sia invece “accumulazione”.
Credo che l’uomo proceda per imitazione: non discende dalle scimmie, è proprio una scimmia. Copia e impara. Assimila e cresce. E’ molto più alto che in passato, ma ciò dipende dalla maggiore quantità e qualità del cibo, dall’igiene, dalle scoperte scientifiche, i farmaci, la prevenzione, la modifica dell’habitat. Ma questo è evoluzione? Oppure l’uomo è in grado di far fruttare il patrimonio di conoscenze dei suoi predecessori, assimilandolo in sé e compendiando il sapere della sua specie?
Una famiglia ha due figli, tre anni di differenza l’uno dall’altro, il secondo sembra imparare molto più in fretta del primo, è precoce: è più evoluto o, semplicemente, prende il primo a modello e “copia”. E impara. E ciò che il primo acquisisce con fatica il secondo replica soltanto e brucia le tappe.
E’ “evoluzione” o “accumulazione” di scoperte che qualcun altro ha già faticosamente realizzato?
Un mentore permette di accorciare i tempi di apprendimento. Chi ha un mentore è più evoluto di chi che non ce l’ha?
Il suo cervello, la sua capacità è superiore, oppure, semplicemente, il fatto stesso di “copiare” è la vera chiave di progresso della specie?
Conosco la teoria della relatività. E anche le leggi di Newton sulla gravità. Non le ho scoperte io, le ho copiate. Ho lasciato che due menti, quelle sì speciali, prodigiose come solo le eccezioni alla regola possono essere, scoprissero ciò che era necessario, e poi la mia tribù umana si è appropriata delle loro conoscenze. Ho accumulato il loro sapere. Non mi sono “evoluto”. Se fossi evoluto, le avrei scoperte io le leggi della relatività e quelle sulle gravità, o le scoprirei come hanno fatto i grandi. no, ho aspettato e ho copiato. E quando vado a scuola, all’Università, frequento un Master, io copio. Copio da gente che ha copiato, che ha copiato, che ha copiato, uno che davvero aveva un intelligenza fuori dalla norma. Ne basta uno e poi da copione a copione, noi scimmie copione condividiamo il loro sapere. Ma questo veniva fatto anche milioni di anni fa, solo che ci vuole tempo ad accumulare tutto quel sapere. Più tempo passa, meglio si costruisce quel sistema di copiatura che chiamiamo “comunicazione” che ci permette di accumulare nozioni, notizie, sistemi, esperienze. E noi accumuliamo, accumuliamo, accumuliamo.

E poi, un bel giorno, vedendo che abbiamo accumulato tanto, beh, cominciamo a pensare che in fondo, sì, non siamo proprio divini, ma semidei sì. 
Si perché noi “evolviamo”. Infatti un tempo avevamo un rene e poi è spuntato il secondo. Avevamo un occhio e adesso ne abbiamo due. Magari proseguendo con l’evoluzione spunterà il terzo. Io non riesco a capacitarmi di come si possa pensare una cosa del genere, tutte le fonti “storiche”, o “preistoriche”, i disegni nelle caverne, indicano un uomo fisicamente simile a noi. Non diverso, simile, uguale. Forse un po’ più basso e più sporco, più ignorante, ma non viveva nelle condizioni attuali, non andava a scuola, aveva necessità di assumere una certa postura per adattarsi all’ambiente, non aveva calzature, l’elaborazione del linguaggio, processo lento di accumulazione di segni, simboli, fonemi, non aveva avuto il tempo necessario per svilupparsi. Ma aveva già una anima, una sensibilità, e in mancanza di strumenti adatti… disegnava. E seppelliva i morti. E pregava. Piangeva e si commuoveva. E seppelliva il suo bambino lasciando teneramente nella fossa scavata… il suo giocattolo.
Quell’uomo era già perfettamente completo.
Ovvero, dal punto di vista fisiologico, aveva già tutto il necessario per poter fare ciò che ha poi fatto per milioni di anni: copiare. Solo che c’era ancora poco da copiare. La differenza è tutta lì.
Prendete un bambino moderno, lasciatelo solo in mezzo ad un ambiente ostile e vedrete se non si comporterà esattamente come il preistorico. E’ improvvisamente involuto? Oppure, semplicemente, non ha potuto copiare alcun comportamento?
Non c’è alcuna evoluzione (miglioramento).
Non come la intendiamo. Siamo imbecilli che copiano a perfezione e siedono sulle spalle di giganti che riescono praticamente da soli a inventare cose nuove, a scoprire, a meravigliarsi. E noi copiamo benissimo. Parliamo due o tre lingue senza aver mai inventato alcun nuovo fonema. E’ questa la grande capacità dell’uomo, l’accumulo.
Ma le grandi menti sono evoluzione? Temo di no. Se lo fossero, sarebbero geni anche i loro figli, e i figli dei loro figli, sarebbe una modifica strutturale dell’albero della specie. Invece non tutti i figli di simili Giganti riescono ad uguagliarli. Magari è solo perché quando un grande ha aperto la strada basta copiarlo.
E poi, ci siamo “specializzati”.
Come le cellule del corpo umano, l’uomo ha imparato a svolgere solo alcuni compiti, quelli in cui presumibilmente riesce meglio. A concentrare le energie. Un preistorico doveva essere al tempo stesso medico, carpentiere, cacciatore, atleta, casalingo, poliziotto, militare, sindaco, padre e tutto il resto. Non avrebbe potuto eccellere in nessun campo, dovendo fare tutto, faceva poco di tutto. Oggi abbiamo imparato a specializzarci nel nostro ramo di competenza. E’ ovvio che riusciamo a fare meglio non disperdendo le energie. Ma questa è “evoluzione”?
Io credo che l’uomo non si stia affatto evolvendo.
Credo invece che abbia sempre avuto in sé un potenziale enorme, sin dall’inizio, sin dal primo giorno.
Continua a copiare e a specializzarsi, ad accumulare, e ciò non sembra affatto essere un problema. Anzi, quando ha la fortuna di trovare quel campo di applicazione a lui consono, è disposto ad abbandonare tutto il resto per dedicarsi soltanto a quella funzione che gli arreca il maggior piacere, il maggior guadagno, il miglior successo, spesso disinteressandosi del resto in un modo che può sembrare patologico.
Attenzione: si critica questo comportamento invitando ad un ipotetico ritorno alla natura in cui l’uomo fa tutto da sé, autoproduce ciò che gli serve e batteria varia… E se invece fosse la specializzazione la naturale propensione dell’uomo, quello che ama davvero, quello in cui riesce meglio, che gli porta il maggior piacere di vivere? Se già nella sua costruzione vi fosse questo “piano”, lo stesso presente in una cellula vivente, in un corpo umano, la “specializzazione” per poter “crescere”, quella cosa che poi viene confusa con “evoluzione“?
E se chiedergli di rinunciare alla sua propensione fosse come chiedere ad un fegato di passare più tempo a fare il cuore, poi un po’ il rene, e il cervello nel week end? Se “accumulo” e “specializzazione” fossero proprio le chiavi del successo della specie umana nella lotta per la sopravvivenza e la prosperità sua e della specie?
E se l’uomo fosse già nato pronto, con un potenziale enorme che doveva solo essere liberato, senza necessità alcuna di evoluzione? 
E infatti dal punto di vista morale, spirituale, “umano”, come si vede, non si è poi evoluto molto se ogni secolo ha portato milioni di morti e siamo letteralmente a rischio estinzione con ricca gamma di catastrofi a scelta, tutte in mano all’uomo: dalle guerre al nucleare, dalle armi batteriologiche all’effetto serra indotto dall’inquinamento.
Possiamo dire che in quanto a capacità distruttiva insita nell’animo umano non vi è stata alcuna evoluzione verso una minore aggressività nei confronti di sé stessi, degli altri uomini, dell’ambiente?
Possiamo dire che i primi testi dell’umanità, i grandi poemi epici, i grandi testi religiosi, riportano le stesse eterne domande che ci poniamo oggi? Senza soluzioni degne di rilievo, naturalmente. Però sono scritte meglio, non avendo materiale per sporcare il foglio di carta arrivano subito al punto.
E come liberiamo l’incredibile potenziale umano che ci è stato donato di fabbrica?
Meditiamo, prendiamo qualche allucinogeno, andiamo in Tibet? Studiamo tanto, prendiamo tre lauree, ci bombardiamo di musica classica? Digiuniamo, ci liberiamo dalle scorie, ci ipnotizziamo a vicenda? Pratichiamo la castità, oppure il bunga-bunga nostrano per ampliare le conoscenze (e che conoscenze!)?
Io non credo a niente di tutto questo. E parto dalla storia dell’uomo e, soprattutto, della donna:
La liberazione del potenziale umano si attua con la liberazione dal lavoro fisico.
Sosteneva già Platone che uno schiavo costretto al lavoro manuale non era un vero uomo. Non poteva esserci alcun accumulo di conoscenza per chi era costretto al giogo. Ma chi era libero da ciò poteva studiare, ampliare il suo sapere, mettere a frutto il suo potenziale fisico, mentale, spirituale. Non dovendo più lavare i panni al ruscello una bambina poteva permettersi di studiare. Non si è evoluta, ha solo smesso di dedicare una parte della sua vita a strofinare i panni per dedicarsi a qualcosa che tutti, lei per prima, ritengono più pregevole.
L'”evoluzione” si realizza tramite l’abbandono del lavoro manuale non creativo.
Non parlo dell’attività creativa che ognuno ama fare ma di quelle incombenze ripetitive seppur necessarie. Liberi da queste, l’uomo può esprimere, se lo vuole, quella parte di sé che ancora è potenzialmente inespressa. Ma esiste ancora qualcosa di inespresso? Per saperlo basta guardare, ascoltare, i bambini e valutare la loro capacità di interiorizzare, apprendere, usare, incanalare la miriade di stimoli cui sono sottoposti oggi. Sono senza fondo. Continui a buttare stimoli e loro continuano a rispondere.
Il prezzo inevitabile per progredire è, naturalmente, la “specializzazione” e insieme la “collaborazione”. E’ quello che ha creato le moderne Società in cui, individualmente sappiamo fare solo una o due cose, eppure vengono create megalopoli di una complessità senza precedenti. Ora, se sappiamo fare solo una o due cose, come abbiamo fatto a creare tutto questo?
Se ci fossimo evoluti noi saremmo in grado di fare tutto. Invece sappiamo fare molto meno di un tempo, meno cose. Ma molto bene. Potremmo addirittura pensare di esserci in realtà involuti. Oppure stiamo seguendo un piano, una linea di comportamento iscritta nei nostri geni che ci porta verso una linea di organizzazione collettiva adatta alla nostra sopravvivenza?
Dipende ormai dalla nostra capacità di gestire lo straordinario potere che è stato infuso in noi, senza rovinare tutto.
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Minimalismo famoso (di Exodus)

MINIMALISMO FAMOSO

Come l’altra volta, un articolo di Elisa Barindelli ha dato origine ad un mio post.
Vi invito a leggerlo, prima di proseguire, “La tecnologia non è la causa dei nostri difetti”, molto bello:
Ho iniziato a scrivere un commento, poi era troppo lungo e lo pubblico qui. Riprendo alcuni spunti di Elisa (se mi permette di darle del tu :-)):
Non esistono minimalisti famosi.
Se uno è minimalista per forza di cose non è famoso.
Però esistono pseudo minimalisti in cerca di fama.
Mio zio è minimalista, vive sul mare, ha i cani, recupera la legna per la stufa, riutilizza tutto. Mio padre non ne parliamo, non sa cosa sia un ventilatore, l’aria condizionata, non ha il gas da città, non gli è mai servito. In Sicilia non serve, almeno non a quelli di una certa generazione. Ne avete mai sentito parlare di mio padre? Di mio zio?
Eppure loro sì che possono insegnare come si vive con poco, con poca acqua addirittura, dato che in Sicilia è razionata. Non parliamo di cose come il PC, etc, hanno il cellulare e la linea telefonica. Anzi, no, mio padre la scrocca a mia nonna. E’ minimalista e pure scroccone.
Naturalmente non sa cosa sia un minimalista.
I minimalisti “noti” non fanno che applicare una vecchia e ormai consolidata tecnica pubblicitaria sviluppata negli anni 50 negli USA.
Consiste nel trasformare mediaticamente un prodotto “culturale”, un idea, una visuale, in un prodotto “naturale”, un qualcosa che c’è sempre stato. 
A spacciare quindi un costrutto culturale per un fatto connaturato all’esperienza umana. Non è così. E’ proprio un prodotto nuovo, un idea nuova, sotto mentite spoglie. Per forza di cose è anche un’idea “ricca”, ovvero un ‘idea che può nascere solo in un contesto ricco, come quello in cui viviamo. Tipo l’arte povera che a volte costa un occhio.
Qual’è la differenza?
La stessa differenza che passa tra una moda (passeggera) e un’utilità vitale, esistenziale (permanente). Il prodotto così confezionato è vendibile, nobilitato, giustificato.
Quando all’università studiavo il marketing e la pubblicità ricordo la straordinaria esperienza dei biscotti del “Mulino Bianco Barilla”. Furono una vera rivoluzione in quanto, per la prima volta in Italia, non fu la pubblicità ad adeguarsi al prodotto, ma il prodotto “nacque” in seguito ad un lavoro forse durato anni di indagine sulle attitudini dei consumatori in cui vennero coinvolti celebri personaggi del mondo della sociologia che oggi scrivono per riviste affermate e sono autori di best-seller divulgativi. L’Azienda, in quel caso, non aveva il prodotto, ma una capacità produttiva inutilizzata e non sapeva bene cosa farne. Un precedente progetto andò in fumo e si decise di provare la strada dei biscotti.
Indagini di mercato avevano rivelato che i “biscotti Barilla” non avrebbero attirato i consumatori. Allora serviva trovare un marchio “contenitore”, qualcosa che richiamasse la tradizione del biscotto. Si pensò ad un marchio di tipo inglese, perché l’Inghilterra è la patria, la casa, dei biscotti. Poi però, proseguendo con gli studi e le interviste, ci si rese conto che la vera “casa” dei biscotti era un’altra: la pancia. Occorreva approfondire, trovare un legame emotivo, la “pancia” sì, ma non solo quella fisica, ma anche emotiva. Indaga che indaga, si arrivò infine alla scelta del marchio “Mulino Bianco”. Perché? Perché durante i test ci si rese conto che le sole parole “Mulino Bianco” evocavano ricordi lontani, calorosi, familiari, di un tempo perduto, anche in chi un mulino non lo aveva mai visto in vita sua.
Ecco come trasformo un prodotto “culturale”, un idea (di marketing) in un prodotto “naturale” (indispensabile, la propria storia, i propri ricordi, in alcuni casi una speranza per il futuro che c’è sempre stata e adesso, finalmente, viene rivelata).
Ora, questo è naturalmente un esempio in quanto sto parlando di un caso che si pone ai vertici della storia del marketing, un’Azienda che invece di imporre la propria immagine ai pubblicitari nella creazione del brand, accetta di farla definire in toto dagli stessi creativi. Addirittura che costruisce i propri prodotti, che sceglie i propri ingredienti sulla base di una precedente operazione di conoscenza sociologica.
Ma la chiave è la stessa:
Se si riesce a spacciare un’idea, una proposta mediatica, culturale, per “naturale”, si è ottenuto l’accesso ad angoli dell’emotività umana che immediatamente spalancano porte altrimenti precluse.
Questo è il motivo per cui le idee chiaramente più di tendenza, modaiole, vengono a volte accettate con filtro quasi nullo. Non dico messe in pratica, è cosa diversa, ma accettate come “naturali”, anche se poi minimalisti non si diventa di certo. Ma si apre la porta. E con la porta aperta è possibile fare business. Ed io ammiro chi sa farlo, come ho spiegato nei post precedenti: la nostra economia si basa sugli scambi e quando si offre un prodotto, anche culturale, anche inutile, che viene lietamente accettato, addirittura contenti di versare un corrispettivo, è l’intera società che ne beneficia (a meno che non si tratti di armi o mine antiuomo che deploro).
Ma è un business. Ed è giusto che lo sia.
Naturalmente il minimalismo è un’altra cosa, ne abbiamo già parlato qui:
Se uno è minimalista la tecnologia non lo preoccupa.
Non lo spaventa. Il problema semmai è un altro: la tecnologia è necessaria al business. Senza tecnologia, senza media, non gira ”il nome”, non girano soldi, oppure girano solo attraverso i canali tradizionali ma è difficile per un emergente entrarvi, i posti sono già occupati.
Il minimalista è distratto (o almeno, io lo sono!)
Ora, se è distratto ed è pieno di gadget, neppure li vede. Nelle auto ci sono tantissimi indicatori, io non so a cosa servono. Neppure li vedo. Come faccio a farmi distrarre da qualcosa che per me esiste solo distrattamente? Non riesco neanche a comunicare la lettura del gas, l’indicatore sui termosifoni riporta quattro numeri diversi, ho dovuto spedire un fax per non sbagliare, con riportati tutti i dati che leggo. Come faccio a farmi distrarre da ciò che per me neppure esiste?
Il minimalista, quando incontra una tecnologia che gli serve davvero, non la molla più!
Mio padre col cellulare ha scoperto che può chiamarmi quando vuole. E’ un problema trovare LUI invece, dato che è minimalista e la tecnologia LA USA, ma non ha ben chiaro perché debba rispondere al telefono quando altri lo chiamano. Il telefono serve a LUI per chiamare quando vuole, non ad altri per trovarlo quando vogliono. La pensa così. E quel cellulare non lo molla più, ma non risponde. Come fa ad essere disturbato dalla tecnologia uno che non risponde neppure al telefono? Perché si comporta così? Semplice: è minimalista dentro, fino al midollo. Pensa che se è davvero urgente richiameranno in un momento in cui avrà voglia di rispondere, cosa può esserci di così importante?
Le poche cose della sua vita le ha tutte sotto controllo!
Per me è lo stesso con gli mp3. Ne vado matto, le trasmissioni in podcast sostituiscono radio, TV, e rendono un piacere per me i viaggi del mattino in mezzo al traffico, aprono un mondo di conoscenze che altrimenti non potrei assaporare. Capita anche che sintetizzi intere piece teatrali in MP3 per ascoltarle dove voglio. Niente con TV, satellitare, pay-per-view, e tutto il resto, quella tecnologia la voglio!
E i libri classici disponibili gratuitamente in rete? A gennaio compro il lettore di e.book e dico addio a quintali di carta e librerie,
Perché sono distratto. Se una tecnologia mi piace ne vado matto. E’ come la vecchia signora che non vuole saperne niente della modernità, poi passa un rappresentate col mega aspiratore che pulisce la casa in un baleno e lei glielo acquista subito in contanti (esperienza mia). La vecchina non so se è minimalista o meno, ma la schiena è schiena!
E Linux? Sapete quanto tempo sto dedicando a capirlo? Benedetto Linux, ha risuscitato il mio portatile di, ehmmm, quasi otto anni. Sembrava morto, adesso va che è un cavallo! Però il tempo lo perdo eccome a capire i comandi! Però finché va, un altro non lo compro. Farei presto, costa trecento euro tutto incluso, ma non è per i soldi, non è per questo o per quello, è proprio che ce l’hai dentro, è una specie di malattia, ogni cosa che reputi superflua ti appesantisce, ti annoia, non la vuoi, ti pesa. Ma quello che ritieni utile lo prendi eccome, al volo, anzi è amore a prima vista!
Però, alla fine, posso assicurare, è tutto tempo guadagnato, nonostante gli sforzi profusi, io mi diverto proprio con questo sistema operativo del pinguino, pensare che da qualche parte qualcuno ha lavorato, gratis, per permettere a me di salvare il mio portatile e stasera dialogare con Voi. Non l’ho neppure ringraziato.
Forse dovrei ringraziare troppa gente. 
Allora esiste gente che fa le cose nell’oscurità, magari disinteressata, che usa la tecnologia perché gli piace, che la mette a disposizione degli altri in un forse folle, assurdo, impulso di generosità. Questa gente non odia la tecnologia. Anzi, ne fa participi gli altri. Così mi piace :-).
Ringrazio Elisa di http://www.landroideminimalista.com per gli spunti che sa offrire. E se avete reclami perché ho scritto troppo, prendetevela con lei.

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