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Grigio (di Elisa)

Di grigio cenere, forse più chiaro. Così Emma colorava il cielo, nei suoi dipinti. Usava lo stesso colore per tutti, ed era sorprendente come riuscisse a creare sempre la stessa tonalità. Non importava se volesse rappresentare alberi e paesaggi o una scena d’amore, lo sfondo era sempre quel cielo sobrio, quasi trasparente, come ad essere neutrale con tutti i suoi soggetti. Riserbava i colori vivaci alla parte inferiore del quadro, senza una predilezione particolare per uno o l’altro, ma sempre con un certo garbo.

“Certo che sei strana forte! Perché sempre quel colore insignificante? Oggi per esempio, è una giornata serena e luminosa perché non trarne ispirazione e inaugurare un bel turchese?”

Le ammonizioni della sua coinquilina non potevano lasciarla più indifferente, motivare la sua scelta non le interessava. Al massimo poteva rispondere con una frase sconnessa dal contesto come “ha telefonato tua madre”, ma senza mai staccare gli occhi dal quadro. Quella non era l’occupazione principale di Emma, non frequentava una scuola dedicata e neanche coltivava in maniera costante questa sua passione:  si potrebbe dire che era come se fosse affetta da attacchi d’arte, come se la pittura fosse per lei una malattia a poussés, che per mesi non le lasciava scampo, e poi si quietava.  Le fasi di attività non avevano però frenesia, era un susseguirsi di rituali dal ritmo cadenzato. Sedersi la mattina nello studio, intingere i pennelli nel colore, lavorare la tela: tutto procedeva con estrema calma ogni giorno fino a sera. E non lasciava mai un lavoro inconcluso, non si dedicava ad altro finché non lo portava a termine, non importava quanti giorni avesse richiesto.

Senza che Lui le avesse chiesto niente, una notte che dormirono insieme dopo l’amore, Emma prese a parlare del dipingere. Sembrava in trance, più che davvero sveglia. Allungando le gambe magre sotto il lenzuolo e fissando il soffitto, volle spiegare che il grigio del suo cielo, di tutti i suoi cieli, era il colore attraverso cui lei si guardava attorno. “Come attraverso una coltre di nebbia, una tenda sottile o delle lenti scure. Sono imparziale con quel che dipingo perché è così che tutto mi appare”.  Lui l’ascoltava in silenzio, temendo che una domanda potesse destarla del tutto e farla interrompere. Ma alla fine non si trattenne e le chiese: “Vedi così anche me? Fosco e appannato?” Lei si voltò e sganò gli occhi verdi, come se solo in quel momento si accorgesse della sua presenza – “Tu sei coperto di fuliggine, potrei soffiarti sopra e scoprirti, ma non voglio. Perché sei tanto qui adesso, quanto assente domani, e allora non c’è motivo per guardarti sotto un cielo blu.”

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