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Missione compiuta (di Concita De Gregorio)

È così bella, questa vittoria, perchè è molto più di un successo elettorale.

È la conferma di quel che scriviamo da settimane e da mesi, quel che chiunque di noi viva la vita reale nel mondo reale sente attorno a se come una rivoluzione gentile: il vento è cambiato, finalmente. Gli italiani hanno alzato la testa. Quelli in fila al supermercato e alle Poste (ci vanno mai, i leader politici, a comprare il detersivo e a pagare un bollettino? Ascoltano mai cosa dicono le persone di loro?) quelli che mandano curriculum a cui nessuno risponde, quelli che tornano a casa il 27 del mese dai figli con 1200 euro, e sono fortunati.

Ci dicono, queste elezioni, che se si distoglie lo sguardo dalle battaglie di retroguardia odorose di muffa tutte interne alla casta dei privilegi e delle tutele c’è un mare di gente, là fuori, pronta a seguire chi sa farli sperare e pronta a sperare davvero, di nuovo. Che non bastano le urla e le menzogne, che cento Santanchè avvelenate non valgono lo sguardo limpido di un ragazzo come quello che ha vinto a Cagliari, che l’eloquio meccanico e la messa in piega quotidiana della facoltosa signora Moratti non possono nulla contro il sorriso beneducato del ladro d’auto sostenuto da Al Qaeda, i milanesi non sono senza cervello, al contrario Mr. B, pazienza per i suoi appelli ad Obama. I milanesi, i napoletani, gli italiani hanno sfoderato le armi che la destra al potere non ha: l’onestà, la passione civile, il coraggio, la generosità, l’ironia. Seppelliti da una risata, davvero.

Una risata liberatoria e un coraggio che dice a tutti, a destra e a sinistra, quel che nei giorni dell’incertezza gli opportunisti si baloccavano a negare: ricordate gli editoriali contro la “vittoria dei tre Roberti”?, Benigni Vecchioni e Saviano, i soloni che ci dicevano non saranno le canzonette e i saltimbanchi a cambiare il Paese. Certo non sono stati solo loro, ma è stato stupido liquidarli: intercettavano il vento. Certo, è stata la disperazione e la cecità di un premier che ha chiamato l’Italia all’ennesimo referendum personale sul Re Sole e sulle sue mantenute, è stata l’eleganza e la fermezza di Napolitano, è stata la corruzione che dilaga e che divora il paese, blocca l’economia, scoraggia i talenti e i capitali, distrugge il lavoro.

Sono elezioni, queste, che voltano pagina. Per la politica delle liti e delle beghe innanzitutto, perchè quando ci sono candidati di valore – a volte autocandidati di valore – sebbene non rispondano alle logiche e agli equilibri delle segrete stanze ebbene, vedete, vincono. Non bisogna dunque aver paura dei più bravi: non bisogna oscurarli ed eliminarli perchè non facciano ombra ai cavalli di scuderia. Bisogna puntare sicuri su di loro, invece, perchè quando vince uno di loro vincono tutti: Milano dice questo, Napoli dice questo, Cagliari dice questo. E se sono persone perbene – e in genere lo sono altrimenti non vincerebbero, gli elettori ci vedono benissimo – il risultato poi è una vittoria condivisa. Tutti possono gioirne e persino attribuirsela, alla fine.

Diceva Vendola ieri a Milano che ha perso la paura, hanno vinto l’eleganza e la passione. Diceva De Magistris che hanno premiato l’onestà e il coraggio, e che ora bisogna ripristinare le condizioni di legalità per ripartire. De Magistris, che ogni domenica avete letto su questo giornale fino al giorno della sua candidatura. Ripartire dalla legalità.

Congedare l’Italia del condono e dell’abuso, dei furbi e dei figli di papà, dei nipoti e degli amici di qualcuno, l’Italia dei mi manda Picone, dei Tarantini e dei lelemora, delle mafie e delle cricche, dei privè dove corre a fiumi la droga mentre le ragazze fanno carriera politica con la lap dance.

Restituire dignità all’Italia che non si vergogna di faticare, di studiare, che considera la cultura un patrimonio e non un handicap, la bellezza e il sapere le sue prime risorse, che oppone alle urla sguaiate e rabbiose parole di senso, sottovoce ma così pesanti da farsi strada nel frastuono. La buona educazione, sembra una piccola cosa ma è all’origine di tutto: la civiltà e la tolleranza, la giustizia, le regole, i valori.

Vincono la Trieste di Basaglia, la Novara di Scalfaro strappata alla Lega, vince una donna di centrosinistra ad Arcore.

Una donna, ad Arcore.

Lasciatemi dire che resto convinta che la rivolta delle donne abbia dato il la a questo tempo nuovo, questo tempo in cui le persone comuni riprendono in mano il Paese. Questo giornale, in questi anni, ha fatto un lavoro incessante di apertura ai cittadini, alle donne e ai ragazzi, ai lavoratori, all’energia di chi non ha voce, alle voci del sapere. Lasciatemi pensare che le nostre battaglie sul fronte della scuola pubblica, dei diritti individuali – il fine vita, la salute, la maternità, le coppie di fatto, la vecchiaia e l’infanzia, i beni primari come l’acqua e la giustizia – della laicità dello Stato, della dignità delle donne abbiano scavato un solco.

Quando abbiamo raccolto le centinaia di migliaia di firme che hanno dato il via alla giornata del 13 febbraio, “Se non ora quando”. Quando ci siamo schierati con Roberto Saviano contro la fabbrica del fango della destra. Quando abbiamo difeso la scuola pubblica e siamo scesi in piazza: per la scuola e per la Costituzione. Quando abbiamo deciso per un’estate intera di rinominare le parole daccapo: democrazia, tempo, speranza. L’Almanacco del popolo, lo abbiamo chiamato: perchè ci sono momenti in cui bisogna restituire senso alle parole. Quando siamo andati dai cassintegrati sardi e dai terremotati dell’Aquila per fare il giornale con loro. Quando siamo stati al fianco degli operai della Fiat e dei precari sui tetti, quando abbiamo dato voce per settimane ai ragazzi senza lavoro, quando abbiamo chiesto il rinnovamento delle classi dirigenti, di tutte, perché aria nuova e pulita entrasse a palazzo. Ecco: io penso, noi pensiamo che questa sia l’Italia che ha alzato la testa ieri. L’Italia delle persone comuni. Senza violenza, come qualcuno a un certo punto aveva temuto o sperato (ricordate Roma blindata per le manifestazioni degli studenti? Eravamo lì, avevano ed hanno ragione gli studenti). Una rivoluzione gentile. Ironica, ferma e felice. È facile cavalcare la rabbia, abbiamo detto sempre. Difficile è costruire la speranza. È facile urlare e minacciare, è difficile dire parole così convincenti che sappiano farsi sentire nell’arena. È facile lavorare contro qualcuno e qualcosa. Difficile è farlo per.

Credo che questo voto non sia un voto contro ma un voto oltre Berlusconi. Oltre. Gli italiani sono più avanti delle classe politica che li rappresenta. Qualcuno dice: migliori. Senza pagelle, che non è oggi il giorno, una cosa è certa: gli italiani sono oltre. Lo scrivevo venerdì: comunque vada, è già tutto cambiato. È andata come sapete, e ora è penoso vedere in tv (certo, non su tutte. Sulla 7 sì, però) Silvio B. che da Bucarest dice a metà pomeriggio “non so niente non conosco i risultati”. È patetico Quagliariello col suo “il centrodestra è andato quasi bene al Sud. Potremmo fissare la linea a Civitella del Tronto”. Fissiamola a Civitello del Tronto, sì. Mettiamoci dentro le dimissioni di Bondi che forse andrà al Giornale, la furia della Lega e la resa dei conti prossima ventura.

Può darsi che Berlusconi non si dimetta, come gli chiede Bersani: può anche restare a Bucarest e governare da lì. Non c’è chi non veda, oggi, quali siano le ragioni per cui tanto ostinatamente ha cercato di evitare i referendum del 12 giugno. Chi non capisca che la battaglia è appena cominciata, che ora serve il voto davvero – a partire dai quesiti sull’acqua, sul nucleare, sulla giustizia – e poi finalmente per un governo che restitusca all’Italia la dignità perduta. Perché noi non siamo un paese corrotto, volgare, bugiardo, inaccogliente. Noi non abbiamo paura. La bellezza e il sorriso della gente ci salverà. Ci ha già salvati. Grazie, davvero. Non ci perdiamo di vista, che c’è molto da fare.

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