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Umanità vs comunità (di Bruno dtdc)

Umanità vs comunità

Ci sono attitudini che ci distinguono dagli altri. C’è chi ha la propensione ad attività manuali, chi a quelle umanistiche, chi ha un’intelligenza di tipo pratico piuttosto che astratto, chi è portato di più all’analisi che alla sintesi. Chi è stonato ma è bravissimo alla playstation e chi è intonato ma si perde quando c’è da alternare start, pause, play, on, off.

Io credo che ci sia un’ulteriore attitudine, e questa cosa m’è venuta in mente qualche giorno fa e mi chiarisce molti dei nostri malesseri: l’attitudine ad essere del mondo vs quella ad essere di qualcuno o qualcosa.

Non mi va di essere complicato anche perchè vorrei suscitarvi qualcosa di poco strutturato.

Ci sono persone nate per essere del mondo.

Non amano schemi, categorie, canoni tradizionalmente appresi, non amano appartenere ad un’associazione, ad un partito politico, identificarsi con qualcuno, lavorare per qualcuno, portare una divisa, un distintivo. Preferiscono, ed è una naturale inclinazione, a lavorare nel e per il mondo, oggi qui, domani là, attirati da un grido o da un flebile sussurro. Continuano a non essere definibili. Non sono categorizzabili. Amano le persone, ma le amano tutte. Detestano gli schieramenti o le organizzazioni gerarchiche anche se di carattere umanitario. Cercano di condividere emozioni, cercano le amicizie ma presto si rendono conto che l’amico, l’amica non basta. Amano stare in gruppo ma le regole, anche informali, del gruppo, li soffocano. Sono persone nate per agire nel mondo, per darsi al mondo, per comunicare senza filtri al mondo. Quando stanno con qualcuno vogliono evadere non perchè non amano la persona con cui stanno ma perchè amano il mondo, devono necessariamente dare qualcosa agli altri, indistintamente. Non tradiscono ma si tuffano nelle relazioni perchè ad ogni persona che incontrano danno qualcosa e prendono altrettanto. Non raggiungono mai la soddisfazione perchè mai è saziata la loro fame di…mondo.

Altre persone sono nate per essere di qualcosa o di qualcuno.

Sono più fortunate delle precedenti, forse, in un certo senso. Riescono ad adeguarsi alle richieste del contesto di riferimento. Raggiungono obiettivi mirati e circoscritti. Diventano dei leader perchè accettano la gerarchia. Si identificano con un capo, un logo, una strategia comune d’azione. Danno molto all’organizzazione in cui sono incasellati. Si affezionano e vengono ricambiati. Hanno un forte senso di appartenenza. Si sentono spersi se non fanno parte di, se non sono appartenenti a, se non lottano per, se non fanno propaganda a. Nascono e vivono per essere di qualcosa o di qualcuno e, se sono bravi, volenterosi, intelligenti ed emotivamente aperti e complessi, riescono a dare un contributo importante al contesto da cui dipendono.
Attenzione. Uno potrebbe obiettare “ok, ma anche quest’ultimo tizio dà qualcosa al mondo, anche se nel suo piccolo”.
Qui non sto parlando di essere utili,  ma della sensazione e del desiderio di appartenere a qualcosa di corcoscritto o di essere parte, e immergersi, in un certo senso, in qualcosa di più grande.
Essere parte o appartenere. Due cose, secondo me, diverse.
Gli esiti di questo stare nel mondo possono essere brillanti o fallimentari su entrambi i versanti, naturalmente.
Dipende, prima di tutto, dalla presa di consapevolezza del proprio orientamento ad essere per il mondo o per un pezzetto del mondo, dall’accettare o meno la difficoltà a incasellarsi in un ordine costituito o a navigare senza radar e senza confini.

Entrambi i soggetti possono fare cose grandi.

Devono partire da una base di fiducia in sè stessi, però.
I primi sbagliano se si fossilizzano in un luogo, tempo, spazio, codice comodo e preciso, perchè non è nella loro natura. I secondi sbagliano se credono di potersi tuffare nel mondo, con la sua indeterminatezza, ma avvertono sempre il bisogno di una scialuppa di salvataggio.
Sintetizzando questo post di lana caprina: propensione all’umanità vs propensione alla comunità. Una bella lotta. Specie quando, per convenienza o opportunità o chiamatela come volete, chi è propenso all’umanità è costretto ad operare in una comunità e chi è propenso alla comunità deve pensare all’umanità.Pensate a un giornalista assetato di notizie e di luoghi, un reporter d’assalto, un cronista di confine, un cacciatore di sguardi e di emozioni. Lo mettereste a condurre in doppiopetto il tg delle 20?  O ad un frate missionario che s’è fatto Sudan e  Cambogia. Lo promuovereste assegnandogli una bella parrocchia in centro a Milano?

ps con aggiornamento:
mi sono riletto. Mi trovo abbastanza d’accordo 🙂 ma vorrei precisare meglio il concetto di Umanità vs Comunità.
Anche chi opera per una Comunità può avere obiettivi umanitari. Anche il prete del quartiere centrale di una grande città, nel suo piccolo, tra la sagra della parrocchia, le confessioni, la pesca benefica etc. può essere un pastore di anime e essere al servizio dell’Umanità, la più variegata umanità. Ok.
Il discorso era relativo ad una tendenza che, secondo me, è di base, in ognuno di noi. Ovvero il sentirsi al servizio dell’umanità senza passare per la comunità, poichè non si tollerano vincoli e gerarchie (rinunciando, comunque, ad un mezzo utile per raggiungerla questa Umanità) piuttosto che la tendenza a utilizzare, adeguandosi, il mezzo organizzato, burocratizzato, gerarchizzato per raggiungere obiettivi umanitari.
C’è chi soffre se è costretto nelle maglie di un’organizzazione ma ci sta per raggiungere l’obiettivo umanitario. C’è chi non accetta la costrizione e si immerge nel mondo. L’uno è nato per essere di qualcuno e di qualcosa, l’altro per essere del mondo. Ma mica è meglio l’una o l’altra di queste posizioni! Si può essere utili, se si vuole, nei due differenti casi.
E’ una questione di canalizzazione di energie, di adeguamento agli schemi, di identità personale, alla fine. Se uno ha un’identità stabile nel tempo e confinata si adegua ai contesti e cerca la stabilità. Se uno ce l’ha labile, diffusa, sconfinata, non si adegua ed è al servizio dell’Umanità, quando essa chiama, a prescindere dal mezzo che può utilizzare. Lo utilizza, il più delle volte, alla fine, ma se il mezzo è una organizzazione, non ne farà parte mentalmente, non vi apparterrà. Ha un’anima da free lance, in poche parole.

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