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Il dramma dell’anoressia (di almalivre – pau_)

Starving for perfection [30.04.2009]

Pubblicato da pau_ in 12 settembre 2012

Ecco ciò che, con mio grande sgomento, lessi qualche tempo fa tra i fotogrammi di un video.

Un’ex (?) anoressica.

Foto di lei bambina.

Foto di lei ragazzina (magra).

Foto di lei sempre ragazzina (molto magra).

Foto di lei quasi pronta a spiccare il volo.

Foto di lei sorridente: un mucchietto d’ossa.

Foto di lei di nuovo sana.

70 chili.

Un sorriso quasi ebete per l’enormità della distanza che la divide oggi dal mondo. Una dichiarazione Pro Ana come tante. Pro Ana = Pro Anorexia. Ecco cosa pensa quella ragazza. Cominciò a “disciplinarsi” per sentirsi forte e sicura di sé (questo è ciò che credono in tante: “non riesco a controllare il mondo e le persone? controllo il mio corpo!”). Quella ragazza – dice – era stata una ragazzina in gamba. Intelligente, studiosa, sportiva.

“Ma non era abbastanza. O forse, era troppo.”

Così l’estremo sadismo. Non mangiare per dimostrare di poter fare a meno di ciò che è irrinunciabile per tutti. I chili scompaiono come bolle di sapone, e sembra che il cuore sia leggero come il resto del corpo.

“Le mie braccia diventavano leggere: le mie ali. Avessi potuto, sarei volata via
dalla vita…”

Un delirio d’onnipotenza.

Quando fai di tutto per scomparire, non è che vuoi restare sulla terra ad attirare polvere. Ti senti quasi più spirituale. Il mondo non lo senti più; il tuo cuore è altrove, e non senti più battere quello delle persone a cui sei vicina…

“Mangiavo troppo per morire, e troppo poco per continuare a vivere…”

Ma è questione di un momento. Dal buio di una stanza a un letto di corsia: il passo è troppo breve. Prima sentivi il calore della tua forza – di quella forza che permetteva al tuo spirito di schiacciare il tuo corpo. Improvvisamente hai cominciato a sentire freddo, tanto freddo, perché ci vuole un fuoco immenso per tenere accesa la tua anima al galoppo, e le tue periferie rimangono all’addiaccio. Improvvisamente. Solo tu sai di quale forza hai bisogno per frenarti e per tornare indietro: ma lo vuoi? lo vuoi davvero? A questo non sai più rispondere. Si può perdere il controllo credendo di mantenerlo? di mantenere saldo il comando su di te? La ragazza di YouTube è finita in clinica, per la volontà di genitori inebetiti dalla disperazione e dall’impotenza.

“Qui dentro è sempre inverno. Puoi riempire tutto di fiori, ma è sempre inverno…”

E cosa succede nelle cliniche? Non lo so, probabilmente il lavaggio del cervello e alimentazione coatta. Quella ragazza riprese in qualche mese due dozzine di chili, ma soffrendoci come un cane. Era ancora convinta che l’inferno di pesare come una piuma, avendo il cuore pesante come piombo, fosse meglio di avere i piedi ben piantati per terra grazie a una sana e viva massa carnale. Oggi?

“Sono una donna anoressica nel corpo di una donna sana…”

Una specie di rimpianto… Il ricordo dell’unica, vera amica: Ana. Dolce, forte, maestra di disciplina e di autostima, tanto bella e promettente, l’unica in grado di fortificare una fragilità dando l’illusione del potere/amore/devozione verso di sé. Se un’anoressica guarisce per le ragioni sbagliate – perché si è sentita costretta o perché ha avuto paura di morire – la soluzione è stata un canto di sirene. Quella malata marcisce sugli scogli fioriti di Anthemoessa.

L’isola fiorita, un fallimento, un’offesa.

“La cosa più terribile non è morire, ma restare. Restare senza esserci mai, senza
andarsene, senza sapere dove andare…”

Qual’è l’unica verità di un’anoressica? Assomigliare a un corpo da copertina? Sentirsi figa perché in grado di sacrificarsi? Oppure un disagio profondo, una voglia di punirsi, il sogno incoffessabile di
distruggersi? Cosa differenzia l’assunzione di una droga, di uno psicofarmaco, o altri disturbi alimentari come la bulimia, l’obesità indotta, lo stupro e la violenza? Cosa? Solo l’oggetto di vituperio: sé stessi, gli altri, o entrambi… E allora stuprare il proprio corpo cercando di farlo collassare, e consumarsi, e spegnersi, a forza di volerlo sapere avvilito e inerme; avere il masochistico piacere di sentirsi fisicamente fragili… cos’è tutto questo? Volontà di nuocersi, volontà di sparire o di andarsene via. Via, via da qui. Niente più ti lega a questi luoghi, nemmeno questi fiori azzurri. Via, via… lontano…

“Il male che hai dentro è così grande, e non diventerai mai così piccola da non
contenerlo…”

La vita è fatta di bene e di male. Le malattie – quelle che “non ti vai a cercare” – sono improvvise ed ingestibili. Il cuore della gente, irriconoscente. Forse la mente depravata si concentra sulla bruttura delle cose, bruttura tutto sommato superabile; sulla mediocrità di amicizie evidentemente mediocri; sullo squallore di amori evidentemente squallidi. Ma se un albero non ha più rami né foglie, si può ancora chiamarlo albero? Allora non si vede il verde delle foglie oltre i deserti, non si sentono i profumi oltre il fetore: il cuore vede che tutto è grigio e ingovernabile intorno a sé. Una cosa sola la si può ancora controllare: il proprio corpo. Affamarsi a morte in nome della Perfezione. Una disciplina corporale, sadica via crucis di stoicismo suicida. Disciplina che amplifica disagio e sofferenze, col risultato che quel numero infinito di chili in meno (per persone che spesso cominciano a seviziarsi da normopeso) rendono la povera pazza più fragile e più sbiadita umanamente. Quasi cattiva. Sicuramente più brutta. Le più fortunate si scuotono dal di dentro. Pensano, un giorno: “Ma che cazzo sto facendo…?” Si ribellano. Tornano ad essere forti. Ma molte guariscono nel corpo e non nell’anima, forse la maggior parte. Puoi usare tutte le medicine, tutti gli integratori, tutte le cure che vuoi. Puoi cercare la vicinanza altrui, dopo averla rigettata per troppo tempo, ma restare anoressica nell’anima e non saperci fare niente. Puoi ricominciare lentamente a vivere, ma il cuore di una persona malata resta graffiato, batte a rilento, e non so quanto tempo ci possa volere per rimetterlo a posto. Spero che questo mio scrivere – con tutto il suo pressappoco e la sua supponenza (cosa ne posso sapere io di queste cose?) – possa convincere le “pro-ana” (anche inconsapevoli) di quanto sia schifosa e quasi demoniaca questa malattia. Forse qualche sbandatella capiterà qui e mi maledirà, dandomi dell’obesa menagrama (loro ragionano così, da incazzate), e spero che capisca di me almeno questo: io penso che farsi del male fisico sia contro natura, e che rinnegarsi come esseri biologici sia un vero suicidio. Un’assoluta disonestà.

Perciò fa’ piccolo il tuo cuore, e sii felice; ma il tuo povero corpo lascialo così com’è, in pace.  Strazia i dolori e falli morire di fame, ma non te stessa.

Il disturbo alimentare, di qualsiasi genere e gravità, è un rifiuto inconscio, immorale e profondo, della vita e della felicità. I fiori amano essere annaffiati, coccolati, amati, altrimenti avvizziscono… qualsiasi essere vivente desidera il nutrimento, lo desidera, non può farne a meno. Il cordone ombelicale che ci lega al mondo può essere spezzato ma non interrotto. Se viene spezzato, ti dà la morte. Se lo interrompi, ti regala un Limbo. Negarsi il nutrimento significa negarsi il respiro, rinnegarsi come viventi, sconfessare il proprio istinto. Negare di essere nati e di voler continuare a sembrare vivi. E il corpo ha una sua obliqua intelligenza: se gli neghiamo il cibo, diventa estremamente suscettibile… Ne prenderà sempre meno da noi, con sempre maggior diffidenza: forse non ne prenderà mai più, e saremo perduti.

[pau_]

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