Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

Articoli con tag ‘Ada Cattaneo’

11 settembre 2001 (di Ada Cattaneo)

11 settembre: la forza degli eroi della quotidianità in fuga dalle torri

L’11 settembre 2001 è stato presentato, spesso, come una sconfitta, la prima vera, grande sconfitta degli US. È stato il primo momento nel quale la nazione più potente al mondo ha compreso la propria fragilità, la propria debolezza, la propria insicurezza.

Invero, però, se proviamo a guardare il tutto sotto un’altra prospettiva, dal punto di vista umano, nel senso più profondo del termine, riconducendolo al discorso dell’UniCum, di una generazione di individui empatici e relazionali, che sanno di non potere vivere senza il prossimo, può essere considerato un trionfo.

Per ricordare i tragici eventi di 10 anni addietro, ascoltiamo insieme la descrizione di quanto accaduto ad un uomo, Adam Mayblum, che si trovava dentro la Torre 1.

Le sue parole riescono a cogliere perfettamente il significato più profondo dell’11 settembre, del dramma che si è rivelato un grande esempio di solidarietà, di amore per il prossimo, di forza e coraggio che provengono dall’essere insieme, dall’aiutarsi reciprocamente.

“Mi sono tolto la maglietta e l’ho strappata in 3 pezzi. L’ho imbevuta nell’acqua e ne ho dati due pezzi ai miei amici. Mi sono legato il mio pezzo intorno alla faccia perché mi facesse da filtro per l’aria. Ed abbiamo iniziato tutti a muoverci verso la scala. Uno dei miei più cari amici ha detto che voleva fermarsi là fino a quando la polizia o i vigili del fuoco fossero venuti a prenderlo. Nelle sale c’erano incendi causati da piccole scintille. Il soffitto era crollato nel bagno degli uomini: se n’era andato insieme a tutti quelli che c’erano là dentro. Visto che per loro, comunque, non c’era più niente da fare, non siamo neanche andati a cercare se c’era qualche sopravvissuto. Così abbiamo imboccato la scala di emergenza ed abbiamo preso con noi gli estintori che c’erano, giusto in caso di necessità.”

“All’85° piano io ed un mio collega coraggioso siamo ritornati dentro il nostro ufficio per trascinare fuori il mio collega che era rimasto là. Ma nella stanza non si respirava più,  c’era solo un denso fumo bianco. Abbiamo fatto il giro nell’ufficio e chiamavamo il nostro amico. Nessuna risposta. Deve essere morto per il fumo. Abbiamo abbandonato il nostro intento con tanta amarezza e dolore nel cuore e, sconfitti, ci siamo diretti verso la tromba delle scale.”

“Abbiamo proceduto fino al 78° piano dove abbiamo dovuto passare ad una scala diversa. Quel piano è il nodo principale per raggiungere i piani superiori. Mi aspettavo di vedere più gente: ci saranno state al massimo 50 o 60 persone. C’erano fili elettrici scoperti ed incendi ovunque. Tutto era invaso di fumo, troppo fumo. Un uomo coraggioso stava combattendo il fuoco con un idrante per le emergenze.”

“Mi sono fermato con degli amici per fare in modo che tutti quelli che c’erano nel nostro ufficio venissero identificati. Li abbiamo cercati tra la gente confusa nella tromba delle scale. Con il senno di poi, mi ricordo di avere visto Harry, il mio capo, che stava facendo lo stesso diversi metri dietro di me. Io ho solo 35 anni. Lo conosco da oltre 14 anni.”

“Ho guidato nella tromba delle scale due amici. Stavamo scendendo tutti in modo molto ordinato, molto lentamente. Niente panico. Almeno non panico palese. Le mie gambe non riuscivano a smettere di tremare. Il mio cuore batteva forte. Ridevamo tutti nervosamente. Mi sono lamentato per avere rovinato un paio di scarpe nuove di zecca strambando un piede, ma non mi ero fatto niente. Ridevamo tutti sempre più nervosamente. Abbiamo controllato i nostri telefoni cellulari. Sorprendentemente, c’era molto campo: il segnale era molto buono, ma il mio operatore non funzionava. Poi ho visto che il Blackberry funzionava e anche l’e-mail andava. Si prendeva una telefonata su 20, ma non era completamente impossibile chiamare. Sapevo di non potere raggiungere mia moglie così ho chiamato i miei genitori. Ho detto a loro quello che cosa era successo, che stavamo tutti bene e che stavamo cercando di scendere per uscire. Ben presto, mia cognata mi ha raggiunto. Ho detto anche a lei che stavamo bene e che ci stavamo spostando verso i piani inferiori. Io credo che fossi circa al 65 ° piano. Eravamo nervosi ed agitati, ma niente scene isteriche o di panico.”

“Ho chiamato anche il mio amico Angelo a San Francisco: sapevo che era in ansia per me. Era stupito di sentirmi al telefono. Mi ha detto di scendere che c’era un altro aereo sulla rotta verso il mio grattacielo. Non sapevo di che cosa stesse parlando. Ormai il secondo aereo aveva colpito la Torre 2. Eravamo così immersi nel nostro edificio che non abbiamo sentito niente. Non avevamo idea di che cosa stesse realmente accadendo.”

“Abbiamo lasciato passare i feriti perché scendessero davanti a noi. Non ne abbiamo fatti andare molti, solo alcuni. Nessuno sembrava gravemente ferito. Solo alcuni tagli e graffi. Tutti collaboravamo. Ognuno è stato un eroe in quella circostanza. Senza fare domande, tutti eravamo uniti nella stessa sorte e tutti ci preoccupavamo anche degli altri, quasi prima che di noi stessi.”

“Avevo dei colleghi in un altro ufficio al 77° piano. Ho provato decine di volte a chiamarli al cellulare o sulle linee fisse. È  stato tutti inutile. Più tardi ho scoperto che erano vivi. Uno dei tanti miracoli in un giorno di tragedia.”

“Al 53° piano ci siamo imbattuti in un uomo tarchiato seduto sulle scale. Ho chiesto se aveva bisogno di aiuto o se stava solo riposando. Aveva bisogno di aiuto. Sapevo che avrei avuto dei problemi a portarlo con me perché mi faceva malissimo la schiena. Ma io e il mio amico ci siamo offerti ugualmente di aiutarlo. Gli abbiamo detto che poteva appoggiarsi a noi. Ha esitato un po’, non so perché. Allora gli ho detto se voleva venire o che gli mandassimo degli aiuti. Ha scelto di attendere i soccorsi. Gli ho detto che era al 53° piano e che questo era quello che avrei raccontato ai soccorritori. Mi ha risposto che andava bene e così abbiamo ripreso il nostro cammino.”

“Al 44 ° piano il mio telefono ha squillato di nuovo. Erano i miei genitori. Erano terrorizzati. Ho detto a loro di rilassarsi, che io stavo bene. Mio padre mi diceva di uscire al più presto, perché c’era un terzo aereo che stava arrivando. Io ancora non capivo. Ero un po’ arrabbiato. Che cosa pensavano i miei genitori? Che avevo bisogno di essere incitato ad andare avanti? Non potevo fare spostare un migliaio di persone davanti a me più velocemente. Sapevo che mi amavano, ma nessuno all’interno della Torre 1 aveva capito quale fosse veramente la situazione. I miei genitori, invece, avevano capito perfettamente.”

“Da questo piano abbiamo iniziato ad incontrare i vigili del fuoco, i poliziotti e le altre unità di soccorso senza i cani. Avevo fermato molti di loro dicendo che c’era un uomo al 53° piano ed il mio amico all’87°. In seguito ho saputo la terribile fine che hanno fatto anche questi generosi soccorritori. Hanno cercato queste persone e, invece, hanno trovato essi stessi la morte.”

“Al 33 ° piano ho parlato con un uomo che in qualche modo mi ha dato ulteriori dettagli su quello che stava accadendo. Ha detto che due piccoli aerei avevano colpito l’edificio. Allora abbiamo tutti incominciato cercare di capire di quale gruppo terroristico si trattasse. Era un’organizzazione interna o straniera? Il parere unanime era che si trattasse di fanatici islamici.

Indipendentemente da ciò, ora sapevamo che non si era trattato di una bomba e che erano stati gli aerei a combinare il disastro e che, altri aerei potevano arrivare. Abbiamo capito.”

“Al terzo piano le luci si sono spente ed abbiamo ascoltato e sentito questo rombo che veniva verso di noi dall’alto. Ho pensato che la scala stesse crollando su se stessa. Erano le 10:00, quando è collassata la Tower 2 accanto alla nostra. Ma noi non lo sapevamo. Qualcuno aveva una torcia elettrica. Ci è passato avanti, sulla sinistra, per le scale e si è diretto lungo un corridoio buio ed angusto alla volta di un’uscita. Non potevamo vedere niente. Io mi raccomandavo che tutti mettessero la mano sulla spalla della persona che avevano davanti e che chi sentiva un ostacolo avvisasse chi lo seguiva così che anche gli altri lo potessero evitare. E così hanno fatto tutti. Il meccanismo ha funzionato perfettamente.”

“Abbiamo raggiunto un altro vano di scale e ho visto un ufficiale donna comparire bagnata fradicia e coperta di fuliggine. Ha detto che non potevamo proseguire per quella strada perché era bloccata e che dovevamo ritornare al 4° piano ed usare l’altra uscita. Ma, mentre, avevamo iniziato a tornare indietro, la donna ci ha detto di no, che quella via era ok e potevamo scendere. C’era acqua ovunque. Ho detto ancora a tutti di mettere la mano sulla spalla di chi avevano davanti, come prima, e la donna ha commentato molto positivamente la mia idea. È rimasta dietro per spiegare alla gente che doveva fare lo stesso. Non so che cosa ne sia stato di lei.”

“Alla fine siamo sbucati in una stanza enorme. Era piena di fumo. Poi abbiamo capito dove eravamo. Eravamo al secondo piano. Quello che si affaccia sulla hall. Siamo stati scortati fuori nel cortile. Il mio primo pensiero è stato di ricollegare quello che stavo vivendo ad un film che avevo visto in TV una volta che parlava degli effetti dell’inverno nucleare.”

“Non riuscivo a capire da dove venivano tutti i detriti che vedevo attorno. C’erano almeno cinque pollici di grigia fuliggine pastosa e macerie ovunque intrecciate ad acciaio e fili ingarbugliati. Alcuni dicevano che si vedevano sparsi anche organi umani e parti del corpo, ma io non avevo guardato. Era già abbastanza terribile.”

“Abbiamo cercato di ripararci e di fuggire in strada. Ci hanno detto di continuare a camminare verso Houston Street. La cosa strana è che c’erano pochissimi soccorritori in giro. Tutti devono essere stati intrappolati sotto le macerie della Torre 2. Continuavamo a non sapere e non capire da dove venivano tutti quei detriti. Poi ho incontrato il mio amico Kern e ci siamo abbracciati a lungo con grande tristezza. Abbiamo sentito da alcuni che la maggior parte dei nostri amici davanti a noi erano morti e noi non conoscevamo nessuno di quelli che venivano dietro a noi. Abbiamo trovato un ufficio postale a diversi isolati di distanza. Ci siamo fermati ed abbiamo alzato lo sguardo. Il nostro edificio, esattamente dove c’era il nostro ufficio, era avvolto dalle fiamme e dal fumo. Un postino ci ha detto che la Torre 2 era caduta. Allora ho guardato di nuovo e non c’era proprio più. Il mio cuore batteva all’impazzata. Abbiamo continuato a cercare di chiamare le nostre famiglie. Non riuscivo ad entrare in contatto con mia moglie. Finalmente ho trovato i miei genitori. Non ci sono parole per spiegare i loro sentimenti. Hanno rintracciato loro mia moglie per farle sapere che ero vivo. Ci siamo seduti. Una ragazza su una bicicletta ci ha offerto un po’ d’acqua. Proprio appena ha tolto il tappo dalla bottiglia abbiamo sentito un rombo. Abbiamo alzato gli occhi ed il nostro edificio, la Torre 1 era crollata. Non ho avuto il tempo di notarlo, ma mi hanno detto che erano le 10,30.”

“Eravamo fuori da circa 15 minuti e stavamo piangendo i nostri amici, in particolare quello che avevamo lasciato lassù in attesa di soccorsi perché pensavamo fosse morto. Poi ci siamo avviati  verso Union Square. Stavo andando al Beth Israel Medical Center per farmi visitare. Ci siamo fermati a sentire il presidente che parlava alla radio. Il mio telefono ha squillato. Era mia moglie. Sono caduto in ginocchio a piangere quando ho sentito la sua voce. Poi mi ha detto la cosa più incredibile. Il mio compagno che era rimasto là l’aveva chiamata: era vivo e vegeto. Si era perso nella confusione. Io e il mio amico abbiamo iniziato a saltare e ad abbracciarci e gridando di gioia. Ho detto a mia moglie che l’avrei chiamata un albero poco distante. Invece, sono riuscito a prendere un taxi e a farmi portare a casa.”

“Appena arrivato, ho pianto a lungo abbracciando mio figlio e sono stato abbracciato a mia moglie finchè non mi sono addormentato.”

“Il mio compagno, che pensavo morto, quello che credevo fosse rimasto sotto le macerie, era dietro di noi con Harry Ramos, il nostro capo. L’ho saputo dopo, con notizie di seconda mano. I soccorritori sono arrivati da Victor, l’uomo al 53° piano e lo hanno aiutato. Riusciva a malapena a muoversi. Il mio partner coraggiosamente e stupidamente ha testato l’ascensore prendendolo al 52 ° piano e ha raggiunto la lobby del 44°. Le porte si sono aperte, funzionava ancora. Poi è ritornato su e ha preso Harry e Victor. Non so se c’era anche qualcun altro con loro. Una volta giunti al 44° piano sono andati nella tromba delle scale. Da qualche parte intorno al 39-36° piano hanno sentito lo stesso rombo che avevo sentito io al 3° piano: la Torre 2 stava crollando. Avevano circa 30 minuti per uscire. Victor ha detto che non poteva più muoversi così gli altri due si sono offerti di portarlo in spalla. Continuava a ripetere di non poterlo fare. Il mio collega gli ha gridato di obbedire e non fare storie. Harry detto al mio collega di andare davanti a loro, aveva avuto un infarto  ed era preoccupato che potesse venirgliene un altro in quel momento. È una delle persone più gentili che io conosca. Non avrebbe mai abbandonato là un uomo. Il mio collega è andato avanti ed è uscito. Ha detto che era fuori forse da 10 minuti prima che l’edificio venisse giù. Ciò significa che Harry aveva forse 25 minuti per spostare Victor di 36 piani. Credo che riuscissero e scendere di un piano ogni 1,5 minuti, ma è solo una supposizione. Questo significa che Harry si trovava intorno al 20° piano quando l’edificio è crollato. A partire dalle 6:00 sua moglie non l’aveva più sentito. Temevo che Harry fosse morto. Tuttavia, poco tempo fa avevo sentito che era ancora vivo: c’è un sito web con i nomi dei sopravvissuti e c’è anche il suo nome. Purtroppo, però, Ramos è un nome abbastanza comune a New York. Ho pregato per lui e per tutti quelli come lui.”

“Per quanto riguarda i vigili del fuoco che sentivo al piano di sopra, mi rendo conto che stavano salendo nonostante fosse pericolosissimo. Ma, fa male sapere che avrei potuto farli muovere più in fretta per trovare il mio amico. Razionalmente, so che questo non è vero e che io non sono il responsabile. I responsabili sono nascosti da qualche parte su questo pianeta e li detesto per quello che hanno fatto oltre che per avermi fatto sentire così.

Ma devono sapere che non sono riusciti a terrorizzarci. Eravamo calmi. Quegli uomini e quelle donne che sono tornati sono stati dei veri e propri eroi di fronte a tutto questo.

Sapevano che cosa stava accadendo e hanno fatto il loro lavoro. Le persone comuni sono i veri eroi.

Oggi le immagini che in tutto il mondo associano al potere e la democrazia non ci sono più, ma “l’America” non è, semplicemente un’immagine, è un concetto. Tale concetto è rafforzato dal nostro sforzo collettivo, dal nostro impegnarci insieme come una squadra. Se volete ucciderci, basta che ci lasciate da soli, perché lo faremo da soli. Se volete rafforzarci, attaccateci e ci uniremo e combatteremo insieme per la vita. Questo è il fallimento definitivo del terrorismo contro gli Stati Uniti e il prezzo finale che paghiamo per essere liberi, per poter decidere dove vogliamo lavorare, quello che vogliamo mangiare e quando e dove vogliamo andare in vacanza. Nel momento in cui il primo aereo è stato dirottato, la democrazia ha vinto!”

***

L’articolo originale è raggiungibile cliccando sul titolo all’inizio del post.

Annunci

Adduzioni degli alieni: come avviene? (di Ada Cattaneo)

Adduzioni degli alieni: come avviene?

Che cosa sono le adduzioni? Che cosa accade durante i rapimenti da parte degli alieni? Quali sono le dietrologie?

Su suggerimento di un membro della nostra community del Wellthiness, proviamo, oggi a trovare qualche risposta a tali quesiti.

 

Le storie di rapimenti alieni sono diventate un fenomeno mondiale che esige, ogni volta,  un’indagine approfondita per dimostrare la veridicità di chi l’ha raccontata.

Il numero di casi dichiarati di adduzioni, più o meno presunte, dal 1961, è di almeno una quarantina solo in USA.

Si tratta di un fenomeno non facilmente comprensibile.

Pertanto comporta ampie e continue ricerche anche perché quanto sostengono le persone coinvolte può o, più spesso, non può essere convalidato dai dati raccolti.

Accanto ai dati ufficiali c’è una grande quantità di situazioni non denunciate.

La domanda che molti si sono posti è, dunque: che cosa accade durante l’esperienza dell’adduzione e come vi fa fronte chi viene rapito dagli Ufo?

Secondo chi ha denunciato e segnalato il rapimento, l’esperienza incomincia,  fondamentalmente, con una luce inspiegabilmente luminosa vista in un campo, in cielo o in qualche zona della  propria abitazione.

Tutti gli apparecchi elettrici iniziano ad accendersi e spegnersi in modo frenetico.

L’individuo è paralizzato e può soltanto muovere gli occhi. Così vede degli esseri sconosciuti e strani apparire ed uscire dalla luce intensa.

Quindi l’addotto è trasportato sull’astronave aliena o con un raggio di luce o con qualche strano farmaco.

Una volta entrato nell’astronave, l’individuo rapito è messo su un lettino e spogliato.

Gli alieni poi lo sottopongono ad uno scrupoloso esame fisico che, on di rado, prevede il prelievo di campioni di tessuti e / o cellule, l’estrazione di fluidi corporei e l’analisi degli orifizi.

La maggior parte degli addotti dichiara di avere un impianto di qualche tipo inserito, dagli extraterrestri, sotto la pelle dei piedi, del naso, delle mani o delle palpebre .

Durante il rapimento sembra non ci sia molta comunicazione tra l’essere umano e gli extraterrestri.

Dal poco che viene raccontato, pare che il contatto avvenga utilizzando la telepatia.

Non esiste una spiegazione reale né riguardo al motivo del rapimento  né c’è qualche prova inconfutabile dell’adduzione stessa.

I soggetti interessati riferiscono di essersi sentiti come in una sorta di trance ipnotico che ha consentito agli alieni di diventare parte della loro mente.

Ogni tipo di comunicazione notata tra gli extraterrestri risulta incomprensibile perché impercettibile o svolta in una lingua non riconoscibile.

Quando vengono rapiti più esseri umani, non ci sono comunicazioni verbali tra di loro.

Alla fine dei test e degli esperimenti, tutti gli addotti vengono rilasciati nella zona dalla quale sono stati prelevati con l’eccezione di pochi che sostengono di essere caduti in una località sconosciuta.

In alcune situazioni, dopo l’adduzione, una volta ritornati a casa, alcune persone sono state sottoposte a sedute di ipnosi medica. Ciò ha consentito a loro di ricordare in modo molto dettagliato l’intero processo dal rapimento, agli esami e al ritorno.

Molte volte, in seguito all’adduzione, i soggetti presentano sintomi quali sangue dal naso, dolorose sinusiti, contusioni, incubi ed un generale peggioramento della salute.

Per anni ci sono state segnalazioni che hanno affascinano il pubblico.

Le pubblicazioni sugli avvistamenti di UFO, rapimenti alieni, le visite fisiche a particolari individui e la comunicazione telepatica sono ormai migliaia.

Ogni storia riceve sempre molte interpretazioni che, non di rado, muovono l’opinione pubblica riscuotendo consensi e credibilità o suscitando ipotesi di vari tipi di dietrologie politiche.

Diffusa è l’idea che il Governo sappia tutto ma pensi che il pubblico non sia ancora pronto a gestire la realtà della presenza degli alieni sul nostro Pianeta.

La paura instillata tra tante persone è alimentata dai film di fantascienza.

Ma descrivono davvero come potrebbe sembrare un alieno?

Il mondo ha davvero paura che gli alieni vogliano distruggerci?

Secondo antiche credenze, gli alieni ci si sono manifestati già da migliaia di anni ed hanno, per esempio, insegnato agli esseri umani a costruire le piramidi.

Si trattava solo di un primo segnale di ciò che deve accadere?

O il loro compito era semplicemente di istruirci per costruire le piramidi come luogo di approdo visivo per le loro visite future?

Simili quesiti aspettano ancora di ricevere delle risposte e se gli addotti riuscissero a risolvere questi dubbi, perché dovrebbero essere considerati dei pazzi?

L’interesse per gli alieni e le adduzioni taglia trasversalmente il genere umano interessando persone di ogni ceto e di ogni epoca.

Molti personaggi anche famosi hanno coraggiosamente espresso il proprio interesse per gli UFO a partire da Eisenhower. A detta di alcune voci, pare abbia, presumibilmente, avuto un incontro con i rappresentanti di un pianeta alieno ed abbia accettato di sottoscrivere un accordo: il così detto Trattato Greada.

Eisenhower non è il solo appassionato di UFO ad entrare nella Casa Bianca. Il fascino e le domande sugli alieni hanno intrigato anche Nixon e Truman ai quali va aggiunto Gleason.

I più, comunque, sono o sono stati sempre refrattari a rispondere o parlare dei propri interessi su UFO ed alieni.

Tuttavia, Nixon e Gleason erano buoni amici e compagni di golf e, durante le loro partite, sembra non si siano lasciati scappare l’occasione di discutere dell’argomento.

Si dice che una volta Nixon abbia dato Gleason prove reali dell’esistenza degli extraterrestri.

Dopo di che Gleason era ansioso di vedere in prima persona gli alieni, così Nixon ha ordinato ai servizi segreti di portarlo alla Homestead Air Force Base, dove erano conservati i corpi degli alieni.

La famigerata Area 51, Roswell e Wright Patterson Air Force Base non sono gli unici posti dove si dice che il Governo Usa abbia le prove tangibili dell’esistenza degli alieni.

In alcune di queste aree sembra che, oltre ad essere conservati dei resti di UFO, ancora oggi ci sono più o meno frequenti avvistamenti.

Se tali aree sono protette dai funzionari governativi per tutelare il pubblico dalla presenza degli alieni, le pretese abduzioni potrebbero dare prove concrete di tutto ciò.

Chi racconta del proprio rapimento, però, finisce sempre, prima o poi, con l’essere ridicolizzato, messo in imbarazzo, fatto cadere in stati di confusione, ansia e paura.

La vera questione è: deve essere isolato ed etichettato come pazzo e mitomane,  o corteggiato per riuscire a dare una risposta alle centinaia di domande che dovrebbe avere?

Come sempre, è difficile discernere tra verità, presunte verità, menzogne. Così, alcuni sostengono anche che tante storie poco credibili siano appositamente date in pasto ai mass media ed ai new  media, dai servizi segreti per screditare le fonti attendibili dimostrando che tutto non sia altro fuorché un’immane farsa.

Quindi, può darsi che ci sia molta dietrologia ma non è da escludere nemmeno che possa esserci una verità alla base dei racconti delle adduzioni. Come si spiegherebbero, altrimenti, i dettagliati resoconti delle persone sottoposte a sedute ipnotiche?

Il mistero continua…

Link al post originale.

Randy Pausch e la sua lezione di vita (di Ada Cattaneo)

Poi, alla fine, arriva il momento per l’ultimo, vero addio. Quando la morte è vicina, come scegliere le nostre parole? Come possiamo mostrare il nostro amore?

Randy Pausch, professore di informatica alla Pittsburgh Carnegie Mellon University, è un eroe che ci ha mostrato il coraggio, la forza, la dignità e l’amore che un uomo può concentrare all’interno del suo commiato alla vita, alle persone care, al mondo.

Nelle università statunitensi c’è la curiosa abitudine, di compiere un esercizio accademico definito “the last lecture”, l’ultima lezione, nella quale un docente finge di dover tenere la sua ultima lezione prima di morire così da comunicare agli studenti il cuore dei propri insegnamenti.

Un’idea bizzarra ed, in un certo senso, quasi scaramantica.

In fondo, però, il professore sa che se non dicesse qualche cosa questa volta, avrà sempre la possibilità di dirla l’anno dopo, perché, in vero, è solo una farsa.

Randy Paush ha deciso di consegnare la sua eredità agli studenti, ai colleghi ed ai propri figli, con una vera Ultima Lezione.

La sua conferenza finale si è trasformata in un fenomeno mediatico, visto da milioni di persone su Internet.

Mentre sta per morire di cancro al pancreas, Randy Paush mostra un amore per la vita ed un approccio alla morte che sono un importante esempio, per tutti.

Per noi, la sua lezione è un monito un avvertimento che che il nostro destino è uguale, indipendentemente dal lavoro che svolgiamo, dalla ricchezza che siamo riusciti ad accumulare, dalla fama che abbiamo conseguito, da quanto abbiamo imparato, costruito, amato. Memento mori, ricordati che devi morire, dicevano gli antichi latini. Il destino di Randy è identico al nostro, solo che è accelerato dalla malattia, dal tumore, niente di più.

In qualche modo, Randy si riconcilia pacificamente con il proprio fato e, a suo modo, lotta fino in fondo per restare attaccato alla vita, pur sapendo di dovere morire.

La conferenza che tiene poco tempo prima di lasciare la vita, è diretta alla sua “famiglia”, è un appello ed un richiamo per le persone a lui care, per i suoi studenti e per i suoi colleghi ad andare avanti senza di lui a “fare grandi cose”.

In sostanza, il suo discorso si concentra prevalentemente sulla sua vera famiglia, la moglie Jai ed i loro tre figli di 6, 3 ed un anno.

Per mesi, dopo aver ricevuto la diagnosi di un tumore terminale, Randy e Jai lo tengono nascosto ai bambini. È stato loro consigliato di aspettare fino a quando i sintomi di Randy fossero diventati più evidenti. E, visto che le condizioni non peggiorano, i bambini restano ignari a lungo: “Sto ancora abbastanza bene e così i miei figli non sanno ancora niente e non sono consapevoli che ogni volta che li incontro sto dicendo a loro addio. C’è questo senso di urgenza che cerco di non fare emergere, ma c’è”

Randy, attraverso la sua ultima lezione e la sua vita, ci offre un quadro realistico di come dovrebbe essere il nostro ultimo addio.

Il suo approccio è pragmatico, sincero, a volte stravagante, spesso gioioso, non può non stupirci e sollevarci alcuni interrogativi: dove trova la forza? Da dove viene il suo coraggio? E noi, io, sarei, sarò capace di dire addio?

Per capire lo spirito di Randy, all’idea della sua ultima lezione scommette con un amico 50$ che non riuscirà a riempire l’auditorium da 400 posti perché la data fissata è in una calda giornata di settembre e la gente ha sicuramente di meglio da fare che ascoltare la vera, Ultima Lezione di un professore morente.

Randy, inutile dirlo, perde la scommessa. La sala è gremita all’inverosimile. Ed, entusiasta della partecipazione, è determinato a tenere un discorso nel quale mette sul piatto, davvero, tutto ciò che di meglio può offrire al mondo, ai colleghi e gli studenti, alla famiglia, ai figli.

Randy arriva sul palco con una standing ovation, ma immediatamente fa cenno al pubblico di sedersi. “Lasciate che mi guadagni questi applausi”, esordisce con tono ironico.

Durante la lezione accenna solo di sfuggita al tumore: dice esplicitamente, mentre mostra le immagini mediche della diffusione del male nel suo corpo, che non ne parlerà perché tutti lo sanno ed ha, invece, qualcosa di più importante da comunicare.

Vuole dimostrare come si può reagire ad una situazione così drammatica, con uno spirito forte e coraggioso. Allora si scusa, se sta deludendo il pubblico, perché non è depresso, non è triste, ma egli ha imparato a vivere con una fondamentale dissonanza cognitiva che vede il suo corpo, apparentemente sano ed in forma, mentre è divorato dal tumore.

E, per mostrarlo, si lascia cadere a terra e compie degli esercizi ginnici.”Così, se qualcuno volesse compatirmi, prima venga qui a fare lo stesso!”

Oltre a non volere indugiare sulla propria malattia, Randy non parla nemmeno di spiritualità o di religione, e qui aggiunge un altro guizzo di straniante ironia “anche se, invero, negli ultimi tempi mi sono convertito anch’io a Mac”

Così inizia a trascinare tutti in un incredibile viaggio attraverso le più importanti lezioni che ha imparato nel corso della sua intensa vita.

Spiega l’importanza dei sogni d’infanzia.

La sua infanzia è stata, indubbiamente, felice, a dimostrarlo sono le foto: non ce ne è mai una nella quale non sorride.

Da piccolo sognava di giocare a football come professionista, ma non c’è riuscito. Tuttavia un suo allenatore gli ha dato un grande insegnamento. Continuando a correggerlo ed a costringerlo a ripetere gli esercizi perché non li eseguiva in modo perfetto gli ha insegnato che “se stai sbagliando tutto e nessuno tenta di correggerti, vuole dire che non gli importa di te”. Quanti genitori non correggono i figli, per paura di scontrarsi con loro, di offenderli, di ferirli, di inibirli? Un tempo la correzione fraterna era una virtù, era un segno dell’effettivo amore reciproco… e oggi?

Mostrare agli altri dove sbagliano (quando eseguito in modo sincero) è un modo per aiutarli a crescere, a capire, a migliorare.

Po, Randy mostra l’importanza della forza necessaria per superare ostacoli.

“I muri di mattoni sono li per un motivo. Sono lì per dimostrarci quanto teniamo a qualcosa. Sono lì per fermare le altre persone e non chi crede veramente in qualche cosa”

Ma per una vita veramente piena e soddisfacente, è importante condividerla ed aiutare il prossimo. Perché, comunque, noi non possiamo farcela da soli, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri e dobbiamo spostare il focus da noi stessi a chi ci circonda.

Così Randy incoraggia il suo pubblico ad essere paziente con gli altri, a non smettere di cercare il meglio negli altri, e di avere la pazienza di continuare ad “aspettare il tempo necessario, e vedrete che la gente vi sorprenderà e vi impressionerà”.

Perché, in fondo, ogni essere umano ha in sé del bene, è solo questione di riuscirlo a vedere, di riuscire a trovarlo, di aiutare a farlo emergere.

In 70 minuti, Randy dà modo al suo pubblico di riconsiderare le ragioni delle proprie ambizioni, e per trovare nuovi modi di guardare ai difetti ed ai talenti propri ed altrui.

Celebra l’amore per le persone care e l’importanza di non focalizzarsi su se stessi.

Ed attraverso pochi gesti semplici, inclusa una torta di compleanno per la moglie, mostra a tutti la profondità del suo amore per la propria famiglia.

Il sorriso sulle labbra, la vitalità che attraversano Randy nella lezione sembra quasi impossibile che sia un uomo sul punto di morte eppure, questa performance è stato il suo addio. È il suo modo per accomiatarsi dalla vita, non rimpiangendola, ma apprezzandola nei suoi minimi particolari.

Alla fine della lezione, Randy pensa di trascorrere tranquillamente tutto il tempo che gli resta con Jai e ai bambini. Non avrebbe mai immaginato l’uragano che sta per travolgerlo.

La conferenza è stata videoregistrata e le riprese iniziano a diffondersi su migliaia di siti web. Randy è tempestato da email da tutto il mondo.

La gente gli scrive per ringraziarlo perché la lezione li ha spronati a passare più tempo con i propri cari, a smettere di autocompatirsi, o, persino, di togliersi dalla mente la tragica idea di suicidarsi. I malati terminali ai quali Randy si rivolge durante la conferenza lo ringraziano perché riescono finalmente a “godere fino in fondo ogni giorno che resta a loro, perché non c’è nessun altro modo per stare al gioco della vita”.

Randy è travolto dall’amor, dalla solidarietà, dall’ammirazione di migliaia di persone in tutto il mondo ed è commosso dalla risposta. Eppure, mantiene il suo senso dell’umorismo. “C’è un limite a quante volte uno può leggere quanto sei grande e quanto sei stato una grande fonte d’ispirazione. Ma io non ci sono ancora arrivato.”

Randy ha un modo speciale di vedere le esperienze umane attraverso una lente speciale di umorismo e di ottimismo non comune.

Eppure soffre all’idea di quanto dolore proverano i figli e così, cerca, nei mesi successivi alla Lezione, di dare loro i migliori ricordi così che restino come un elemento consolatore quando non ci sarà più.

Allora porta il figlio di sei anni, Dylan a nuotare con i delfini. “Un ragazzo non si dimentica facilmente di avere nuotato con i delfini “, dice. “E, comunque, abbiamo fatto un sacco di foto”.

Poi porta Logan, di 3 anni, a Disney World per incontrare il suo eroe, Mickey Mouse. “Così glielo ho potuto presentare”.

Poi Randy parla con persone che hanno perso i genitori quando erano molto giovani. Gli dicono che hanno trovato una grande consolazione sapere quanto le loro madri e padri li amavano. Quanto più lo sapevano tento più potevano sentire ancora il loro amore. Allora Randy crea degli elenchi separati dei suoi ricordi di ogni bambino. E scrive anche un consiglio speciale per loro: “Se potessi darti solo tre parole di consiglio, sarebbero, ‘Dimmi la verità’. Se, poi, ne avessi altre tre, mi piacerebbe aggiungere, ‘Tutto il tempo’ ”.

Il consiglio per Chloe, di due anni, include anche: “Quando gli uomini sono interessati a te, è davvero semplice, basta ignorare tutto quello che dicono e solo prestare attenzione a ciò che fanno”. Chloe è la più piccola e rischia di non avere memoria di suo padre. “Ma io voglio che cresca sapendo, che io sono stato il primo uomo ad innamorarsi di lei.”
Poco dopo la sua diagnosi terminale, Randy si trasferisce da Pittsburgh nel sud-est della Virginia. In un primo momento, Jai non vuole nemmeno che Randy ritorni a Pittsburgh per la sua ultima lezione, pensa che dovrebbe stare a casa. “Chiamami egoista,” Jai gli dice, “ma ogni volta che ti dedichi al lavoro per questa conferenza è tempo perso, perché è tempo lontano dai bambini e da me.”.

Jai desiste quando Randy le spiega quanto desideri fare un ultimo discorso. “Un leone ferito ha ancora voglia di ruggire”.

Nei mesi dopo il discorso, mentre la chemioterapia cerca di domare il tumore, Randy non usa la parola “fortuna” per descrivere la sua situazione. Eppure,dice “una parte di me si sente fortunata perché non ha perso il treno “. Il cancro gli ha dato il tempo di parlare con Jai che non avrebbe avuto se il suo destino fosse stato di morire di infarto o in un incidente d’auto.

L’insegnamento di Randy è la lezione della vita, la lezione dell’amore, la lezione, che non si è spenta con lui nel 2008, ma che continua a vivere in noi perché, riprendendo una sua frase durante la conferenza: “se vivete in modo giusto, saranno i sogni a venire da voi, e non voi a dover cercare di andare da loro.”.

Link al post originale.

Tag Cloud