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Umanità vs comunità

Ci sono attitudini che ci distinguono dagli altri. C’è chi ha la propensione ad attività manuali, chi a quelle umanistiche, chi ha un’intelligenza di tipo pratico piuttosto che astratto, chi è portato di più all’analisi che alla sintesi. Chi è stonato ma è bravissimo alla playstation e chi è intonato ma si perde quando c’è da alternare start, pause, play, on, off.

Io credo che ci sia un’ulteriore attitudine, e questa cosa m’è venuta in mente qualche giorno fa e mi chiarisce molti dei nostri malesseri: l’attitudine ad essere del mondo vs quella ad essere di qualcuno o qualcosa.

Non mi va di essere complicato anche perchè vorrei suscitarvi qualcosa di poco strutturato.

Ci sono persone nate per essere del mondo.

Non amano schemi, categorie, canoni tradizionalmente appresi, non amano appartenere ad un’associazione, ad un partito politico, identificarsi con qualcuno, lavorare per qualcuno, portare una divisa, un distintivo. Preferiscono, ed è una naturale inclinazione, a lavorare nel e per il mondo, oggi qui, domani là, attirati da un grido o da un flebile sussurro. Continuano a non essere definibili. Non sono categorizzabili. Amano le persone, ma le amano tutte. Detestano gli schieramenti o le organizzazioni gerarchiche anche se di carattere umanitario. Cercano di condividere emozioni, cercano le amicizie ma presto si rendono conto che l’amico, l’amica non basta. Amano stare in gruppo ma le regole, anche informali, del gruppo, li soffocano. Sono persone nate per agire nel mondo, per darsi al mondo, per comunicare senza filtri al mondo. Quando stanno con qualcuno vogliono evadere non perchè non amano la persona con cui stanno ma perchè amano il mondo, devono necessariamente dare qualcosa agli altri, indistintamente. Non tradiscono ma si tuffano nelle relazioni perchè ad ogni persona che incontrano danno qualcosa e prendono altrettanto. Non raggiungono mai la soddisfazione perchè mai è saziata la loro fame di…mondo.

Altre persone sono nate per essere di qualcosa o di qualcuno.

Sono più fortunate delle precedenti, forse, in un certo senso. Riescono ad adeguarsi alle richieste del contesto di riferimento. Raggiungono obiettivi mirati e circoscritti. Diventano dei leader perchè accettano la gerarchia. Si identificano con un capo, un logo, una strategia comune d’azione. Danno molto all’organizzazione in cui sono incasellati. Si affezionano e vengono ricambiati. Hanno un forte senso di appartenenza. Si sentono spersi se non fanno parte di, se non sono appartenenti a, se non lottano per, se non fanno propaganda a. Nascono e vivono per essere di qualcosa o di qualcuno e, se sono bravi, volenterosi, intelligenti ed emotivamente aperti e complessi, riescono a dare un contributo importante al contesto da cui dipendono.
Attenzione. Uno potrebbe obiettare “ok, ma anche quest’ultimo tizio dà qualcosa al mondo, anche se nel suo piccolo”.
Qui non sto parlando di essere utili,  ma della sensazione e del desiderio di appartenere a qualcosa di corcoscritto o di essere parte, e immergersi, in un certo senso, in qualcosa di più grande.
Essere parte o appartenere. Due cose, secondo me, diverse.
Gli esiti di questo stare nel mondo possono essere brillanti o fallimentari su entrambi i versanti, naturalmente.
Dipende, prima di tutto, dalla presa di consapevolezza del proprio orientamento ad essere per il mondo o per un pezzetto del mondo, dall’accettare o meno la difficoltà a incasellarsi in un ordine costituito o a navigare senza radar e senza confini.

Entrambi i soggetti possono fare cose grandi.

Devono partire da una base di fiducia in sè stessi, però.
I primi sbagliano se si fossilizzano in un luogo, tempo, spazio, codice comodo e preciso, perchè non è nella loro natura. I secondi sbagliano se credono di potersi tuffare nel mondo, con la sua indeterminatezza, ma avvertono sempre il bisogno di una scialuppa di salvataggio.
Sintetizzando questo post di lana caprina: propensione all’umanità vs propensione alla comunità. Una bella lotta. Specie quando, per convenienza o opportunità o chiamatela come volete, chi è propenso all’umanità è costretto ad operare in una comunità e chi è propenso alla comunità deve pensare all’umanità.Pensate a un giornalista assetato di notizie e di luoghi, un reporter d’assalto, un cronista di confine, un cacciatore di sguardi e di emozioni. Lo mettereste a condurre in doppiopetto il tg delle 20?  O ad un frate missionario che s’è fatto Sudan e  Cambogia. Lo promuovereste assegnandogli una bella parrocchia in centro a Milano?

ps con aggiornamento:
mi sono riletto. Mi trovo abbastanza d’accordo 🙂 ma vorrei precisare meglio il concetto di Umanità vs Comunità.
Anche chi opera per una Comunità può avere obiettivi umanitari. Anche il prete del quartiere centrale di una grande città, nel suo piccolo, tra la sagra della parrocchia, le confessioni, la pesca benefica etc. può essere un pastore di anime e essere al servizio dell’Umanità, la più variegata umanità. Ok.
Il discorso era relativo ad una tendenza che, secondo me, è di base, in ognuno di noi. Ovvero il sentirsi al servizio dell’umanità senza passare per la comunità, poichè non si tollerano vincoli e gerarchie (rinunciando, comunque, ad un mezzo utile per raggiungerla questa Umanità) piuttosto che la tendenza a utilizzare, adeguandosi, il mezzo organizzato, burocratizzato, gerarchizzato per raggiungere obiettivi umanitari.
C’è chi soffre se è costretto nelle maglie di un’organizzazione ma ci sta per raggiungere l’obiettivo umanitario. C’è chi non accetta la costrizione e si immerge nel mondo. L’uno è nato per essere di qualcuno e di qualcosa, l’altro per essere del mondo. Ma mica è meglio l’una o l’altra di queste posizioni! Si può essere utili, se si vuole, nei due differenti casi.
E’ una questione di canalizzazione di energie, di adeguamento agli schemi, di identità personale, alla fine. Se uno ha un’identità stabile nel tempo e confinata si adegua ai contesti e cerca la stabilità. Se uno ce l’ha labile, diffusa, sconfinata, non si adegua ed è al servizio dell’Umanità, quando essa chiama, a prescindere dal mezzo che può utilizzare. Lo utilizza, il più delle volte, alla fine, ma se il mezzo è una organizzazione, non ne farà parte mentalmente, non vi apparterrà. Ha un’anima da free lance, in poche parole.

Commenti su: "Umanità vs comunità (di Bruno dtdc)" (16)

  1. […] Poi sono capitata in un blog, e ho letto un articolo che ho prontamente riportato nella mia selezione di articoli “Scelti per voi”: “Umanità vs comunità”. […]

  2. Bello; scritto bene. Ma, in definitiva dove vuole arrivare?
    Ci sono i “distinguo” però, scritto moto bene, ha scoperto l’acqua calda; ma se troppo calda ci si scotta.
    Mi si scusi ma, dopo aver letto tutto l’articolo, non l’ho capito.

    • @Quarche: io invece sì. Probabilmente bisogna essere in sintonia con quella problematica per coglierne l’essenza 🙂

  3. Beata te che hai capito!

    • Ma avevo capito anche quello che intendevi. Io volevo dire che, se per capirlo bisogna sentirsi punti sul vivo, colpiti e affondati, non so se sono così beata! 😀

  4. Questo dimostra ancora una volta che “il punto di vista” è decisamente molto importante.

    • E poi, il punto di vista, è un dato di fatto. Io una volta lessi un racconto impressionante da un titolo del tipo “Le mille verità”. Ricorso il senso della storia, uno stesso fatto raccontato da tante persone diverse, e ognuna diceva la verità, solo dal suo punto di vista, e i racconti che ne uscivano fuori erano diversissimi l’uno dall’altro: ed erano persone che dicevano solo la verità su uno stesso fatto!

  5. Questo potrebbe essere un discorso molto lungo e molto serio. Scrissi tempo fa qualcosa a riguardo collegandolo alla medicina. Dovrò cercarlo.

  6. Bruno ha detto:

    Ciao Diemme, sono la causa del tuo dissidio interiore…;)
    Colpire nel segno non era mia intenzione ma mi fa quasi piacere che qualcuno viva la mia stessa condizione….perchè mica ho scritto un articolo per wikipedia…dietro ci sono io, è autobiografico 🙂
    credo si sia capito…
    Come ho riconosciuto, il post poteva essere di lana caprina, e forse lo è. Ma nasce da un senso di disagio che provo da sempre. Non è relativo al senso di subordine, all’odio verso le gerarchie, al sentirsi costretto da qualcosa che ti sta stretto…anche ma è anche originato da qualcosa di diverso. Io non sarò mai di qualcuno. Ho raggiunto questa certezza. E non sarò mai di qualcosa. Amerò qualcosa o qualcuno ma amerò anche altro, qualcos’altro che non conosco e che voglio scoprire. E la cosa più triste è che chi se ne accorge si sente frustrato da questa cosa. Io amo, m’impegno, lavoro ma ho lo sguardo altrove. Quando qualcuno vuole “gestirmi l’agenda” fuggo. Quando qualcuno mi dice “non ami abbastanza” m’incazzo. Quando faccio una cosa non penso all’obiettivo dietro l’angolo ma ai mille sviluppi che la cosa può avere, oltre il contesto in cui si è sviluppato. Fosse per me cambierei casa e lavoro ogni due anni. Non ho un amico del cuore. Che senso ha? L’amicizia la posso trovare anche dietro l’angolo, domani, in due occhi e una bocca che mi sorridono. E forse sarà migliore, diversa da quella di oggi.Ho una moglie e dei bambini ma sono un homeless dell’anima. Provo piacere in questo senso di indeterminatezza e possibilità di condivisione “globale” ma quando mi adeguo, costringendomi a far credere che sono di qualcuno o qualcosa, penso a tagliare la corda e quando non lo faccio, perchè mica è facile e possibile, purtroppo, soffro.
    Sega mentale risolvibile con dieci goccine?…non lo so…boh?
    Sentire, comunque, mi riesce più facile che capire. E parto sempre dal sentire prima di capire. Mi fa piacere e sento una bella emozione che un essere del mondo, che non conosco, che non ho avvicinato, abbia ri suonato con me. grazie. bruno

    • Caro Bruno, intanto grazie di essere passato di qui e benvenuto.

      Diciamo che non sei la causa del mio dissidio interiore, semmai il latore dell’occasione per parlarne 😉

      Il tuo scritto ha generato anche un altro post , su cui mi piacerebbe avere il tuo parere.

      Io forse sono meno insofferente di te, non mi stanno tanto strette le persone, quanto comportamenti e situazioni. Io di amici del cuore ne ho molti (è un aspetto della mia vita in cui ho avuto molta fortuna), alcuni più recenti, altri anche di venti o trent’anni: si dice che gli amici vanno e vengono, i nemici si accumulano, ma a me per fortuna è successo il contrario.

      Quello che mi sta stretto, come dici tu, è quando qualcuno “vuole gestire la mia agenda”, ma mi sta stretto anche quando la mia agenda ha milioni di pagine bianche e non un punto di riferimento per iniziare a scrivere qualcosa: insomma caro Bruno, l’è dura, lè dura! 😀

  7. @Diemme
    Non è un link; è qualcosa che scrissi abbastanza anni fa… che non so dov’è finito. Dovrò cercarlo… tempo permettendo.

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