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Precarietà (di Maria)

E non voglio parlare di lavoro, né del mio part-time che vorrei veder trasformato in un full-time.

Parlo della vita.

Siamo tutti precari nella vita. Questo è un dato di fatto. Tutti noi siamo provvisori, temporanei, transitori. Questa è la realtà. Siamo assunti a tempo determinato, ma rispetto alla vita lavorativa c’è una sostanziale differenza: nel momento in cui abbiamo stipulato il contratto,  non c’è stata specificata la durata, pertanto non sappiamo quando questo compito (ingrato o piacevole che sia) ci verrà revocato.

(ma che razza di pensieri mi devono mai venire? Stavo facendo una breve pausa nel giardino dell’ufficio, fumando una sigaretta, con quest’aria tipicamente settembrina, un leggero vento che mi faceva lacrimare gli occhi e mi gettava ciocche di capelli sulla faccia. Mi sono guardata intorno e ho sentito in modo tangibile questa sensazione. Precaria nella vita)

Stabilita la precarietà della vita umana, io non credo che la maggior parte degli uomini vivano e agiscano con questa costante consapevolezza. Mi riferisco alla durata indeterminata. Lo stato di precarietà che mi sono resa conto di vivere riguarda invece un altro aspetto. Un altro significato di questo termine. L’incertezza e l’insicurezza.

Ho la netta consapevolezza di vivere e non penso mai, o quasi mai, al fatto che non so per quanto tempo ancora resterò su questa terra. Per certi versi neanche mi interessa. Mi piace vivere ma credo che la sua bellezza non sia per forza direttamente proporzionale alla sua durata. Ma alla sua densità. Al suo spessore. Al suo sapore.

E oggi ho la sensazione, spiacevole, che la mia vita sia stata diluita in modo eccessivo. Credo di aver sbagliato le dosi, e con il passare del tempo ha perso il suo sapore.

Altra sensazione è quella di vivere sprecando il mio tempo. Non sempre, magari. Ma talvolta sì. Anche perché non mi è ancora chiaro lo scopo della mia presenza sulla terra. Quale sia il mio obiettivo. Per dirla in altre parole: a 50 anni (compiuti) io non so ancora cosa voglio fare da grande.

Troppo spesso io vivo per gli altri e non vivo per me stessa. Mi riferisco ai miei cari, alle persone a cui io voglio bene.

Mie figlie crescono, sono ormai delle donne, ed è implicito che, giorno dopo giorno, hanno sempre meno bisogno di me.

I miei genitori invecchiano e sono consapevole del fatto che non li avrò con me, vicino a me, per sempre (e gli auguro di contraddirmi e di non lasciarmi mai).

Mi piace il mio lavoro, o per lo meno faccio di tutto per farmelo piacere, però non riesco ad accettare la prospettiva di passare il resto della mia vita facendo sempre le medesime cose. Alzandomi alla stessa ora, dal lunedì al venerdì, per andare in ufficio, accendere il computer e… No. La vita, quello che mi resta, non può essere fatta di questo. Accetto anche la routine. Ma la vita non può essere routine.

Pertanto arrivo alla conclusione che nel giro di qualche anno io non avrò più niente e nessuno che mi terrà legata a questa terra. Gli amici, pochi, ci sono e resteranno. Ma questo non mi basta.

So che può sembrare un pensiero utopistico, ma io sto pensando di andare via. Via da qua. Per conoscere altri mondi, altre realtà, altre persone. Fare altri lavori. Per trovare uno scopo. Per raggiungere un obiettivo. Per dare un maggiore spessore a questa vita. Per riuscire a gustarne il suo sapore.

Dove?

Questo ancora non lo so. Un sogno ce l’ho. Un desiderio. Ma per il momento preferisco tenerlo per me.

Link al post originale.

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Commenti su: "Precarietà (di Maria)" (3)

  1. Trovo questo articolo decisamente interessante. Un commento “come si deve” sarebbe troppo lungo. Direi due cose sole e cioè che se a cinquant’anni si è insoddisfatti si può trovare soddisfazioni in moltissime cose (gli argomenti che ci circondano non mancano) e che non si può fuggire da se stessi… neanche andando molto lontano.

  2. Condivido…pure io mi sento così anche se mia figlia è ancora una ragazzina.

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