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di Raffaella Frullone

Cause e vertenze al passo coi tempi. Tutelare i propri diritti è ormai un imperativo, anche quando il diritto in questione può non sembrare così inviolabile.

Nel 2004 l’astrologa russa Marina Bai ha citato in giudizio la Nasa, chiedendo un risarcimento milionario per aver “scombussolato l’ordine dell’universo”: nel mirino il progetto “Deep Impact” e la sonda spaziale progettata per studiare l’interno di una cometa e portare alla luce i detriti provenienti dall’interno del nucleo. Secondo l’astrologa il progetto era “un atto terroristico”.

Nel 2005 un detenuto rumeno che sconta 20 anni di carcere nel penitenziario di Timisoara, ha denunciato per truffa l’Altissimo poiché il battesimo contratto in tenera età non lo avrebbe tenuto lontano dai guai.

Nel 2006 a un papà di Zhengzhou, in Cina, è stato negato il permesso di chiamare il figlio “@”, ‘chiocciola’, perché intraducibile in mandarino.

Oggi dall’Illinois arriva l’ultimo baluardo del diritto di famiglia, o meglio del diritto dei famigliari, in questo caso dei figli. Pare infatti che Steven e Kathyn Miner, due fratelli di 23 e 20 anni, abbiano deciso di rivolgersi a un giudice per i danni subiti negli anni dalla madre Kimberly Garrity, colpevole di non aver concesso loro un’adeguata paghetta, di non aver fatto regali e – pensate la perfidia di una mamma dove può arrivare – di aver imposto il coprifuoco.

I due fratelli lamentano di non aver mai avuto soldi per andare in discoteca, di essere stati privati di vestiti firmati e accusano la madre di non essere stata generosa nemmeno con i regali di Natale. Non è tutto, secondo il racconto di Steven la donna una volta lo avrebbe addirittura obbligato ad allacciare le cinture di sicurezza in auto, una vera violenza insomma.

Fatto sta che oggi la donna deve rispondere di “abuso emotivo” e se perderà la causa sarà costretta a risarcire i figli con 50 mila dollari per danni morali così come richiesto dall’avvocato dei due fratelli che altro non è che … il padre e l’ex marito della donna.

A qualcuno potrà sembrare l’ennesima americanata, una puntata di Beautiful o tutte e due le cose insieme, ma, ahimè. non lo è. Tutto questo non è che la deriva presa dalla famiglia americana dopo il divorzio, avvenuto nel 1995, dei genitori, separazione che evidentemente ha ferito così profondamente i figli da portarli, ormai adulti, a rivendicare in forma economica l’affetto mancato.

Segni dei tempi, dicevamo, e a pagare sono sempre i figli. In effetti se la vicenda dell’Illinois può sembrare delirante, la Child Support Agency, agenzia inglese che si occupa per conto del governo di verificare il sostentamento dei figli di persone separate, ci regala notizie ancor meno confortanti.

Sembra infatti che la lista delle scuse più utilizzate dai padri separati per non pagare gli alimenti ai figli, possa concorrere con quella che utilizzavo al liceo per saltare le interrogazioni (che vi assicuro era strategicamente infallibile). Alcuni esempi? «Non posso pagare gli alimenti perché non esisto più. Sono stato inserito in un programma di protezione testimoni e quindi sparisco», «Non posso mantenere mio figlio perché devo far riparare la Ferrari», «Ho portato lo struzzo dal veterinario e al momento non posso più pagare». Poi c’è il padre che ha addotto come motivazione per i mancati alimenti il fatto di «aver pagato alla sua ex moglie l’operazione al seno, di cui sta godendo il nuovo compagno» e chi ha dichiarato di aver cambiato sesso e quindi di non aver più l’obbligo di pagare nulla. Non si tratta di barzellette, ma di motivazioni messe nero su bianco da avvocati e prese in considerazione da giudici in carne ed ossa che decidono la sorte di figli più o meno ignari della situazione.

A questo punto penso di dovermi tutelare anche io, la giustizia va perseguita senza se e senza ma. Devo solo decidere se sia per me più conveniente citare in giudizio mia madre, che nel 1999 mi ha punito perché mi ha scoperto mentre saltavo un giorno di scuola, il Kinder Bueno perché mi sento ingannata dalla pubblicità “bontà a cuor leggero”, o i produttori di Kiss me Licia, a causa dei quali sono stata convinta per anni che avrei sposato un cantante.

Come avvocato non ho dubbi, mi rivolgo alla mia catechista delle medie. Diceva “la giustizia umana non è quella divina, ma come uomini abbiamo il dovere di perseguire una giustizia che vada oltre il nostro ego. Morire a sé stessi per donarsi agli altri – ripeteva in continuazione – non c’è giustizia che non passi da qui. Rinunciate e riceverete cento volte tanto”.

Lo avessimo capito, ci avessimo creduto, lo avesse compreso il mondo, forse saremmo meno assetati di vendette, e ci risparmieremmo qualche noia legale.

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