Selezione di post che hanno attirato la mia attenzione scelti per voi dalla blogsfera

Richard Sargent, "Big shadow little boy" - 1960

Curiosa la giornata odierna: data palindroma, che si può leggere “percorsa nel verso contrario”.

Ecco la parola chiave, “contrario”. Che è la cifra che struttura il Carnevale. Tutto sottosopra, sovvertito, mascherato.

Con leggerezza, ironia, gioco. Bello, perché dura poco.

Link al post originale.

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Poems

“L’amore domanda, l’amicizia dona”

(Carmen Sylva)

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“Se vivi su un’isola, fai amicizia col mare”
(Yitzhak Rabin)

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“Il cuore di una donna è sfuggente come una goccia d’acqua su una foglia di loto”

(Proverbio cinese)

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“Eletti sono coloro per i quali le cose belle non hanno altro significato che di pura bellezza”

(Oscar Wilde)

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“Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere”

(William Shakespeare)

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“Se vuoi sognare e hai bisogno di un tonico, rovescia la coppa del cielo e beviti l’azzurro!”

(L. Vidales)

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“L’immaginazione, quella superba potenza, nemica della ragione, che si compiace di controllarla e di dominarla”

(Pascal)

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“Cerco di osservare ciò che ho sempre sotto gli occhi: il giardino di casa, la mia strada. E tutto mi sorprende. La Vita è un’inspiegabile magia.”

(Goethe)

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“Essere cio’ che siamo e diventare cio’ che possiamo diventare e’ l’unico scopo della vita.”

(Baruch Spinoza)

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“Finché la mano e la mente ti guideranno, non smettere mai di amare la vita. Anche se aiuterai una sola anima non avrai vissuto invano”

(R. Battaglia -Ho incontrato la vita in un filo d’erba-)

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Se faccio un lavoro, e lo faccio bene è giusto ch’io venga retribuito? Credo di sì!

Se non spendo tutti i soldi che guadagno, è giusto risparmiarli? Credo proprio di sì!

Se ho risparmiato, è giusto che i miei soldi non perdano il loro potere d’acquisto? Credo sempre di sì!

Ipotizziamo che lo Stato dove ho “depositato” i miei risparmi sia mal governato e i miei soldi perdano il loro potere d’acquisto. È giusto ch’io li porti in un altro Stato? Se lo Stato fosse l’Italia la risposta sarebbe no!

Da “LA SETTIMANA ENIGMISTICA”

Qualcuno ricorderà sicuramente questa bellissima e chiarissima vignetta.

Se porto i soldi in un altro Stato ben governato faccio qualcosa MORALMENTE GIUSTO ma LEGALMENTE SBAGLIATO; se lascio i soldi nello Stato malgovernato e, grazie all’inefficienza permetto che il mio capitale venga depauperato faccio qualcosa LEGALMENTE GIUSTO ma MORALMENTE SBAGLIATO.

Perché moralmente sbagliato? Perché se io posseggo un bene, ho il dovere di salvaguardarlo per me e per la mia Famiglia. Non è giusto che io permetta a Governanti corrotti e imbelli di sperperare le mie fatiche.

Non sto mica parlando dell’Italia… e neppure della Svizzera.

Parlo in generale. Vi farebbe piacere se qualcuno entrasse in casa vostra, raggiungesse i cassetti nei quali custodite i soldi e si prendesse una percentuale di quello che trova dicendo che gli servono… A cosa gli servono? Gli servono per andare a cena con gli amici; poi, a notte inoltrata, vi porterà gli avanzi.

Leggete quanto ho trovato:

Da “IL TEMPO” del 4.11.2011.”È alto tradimento portare denari all’estero!», ha sentenziato mercoledì nel salotto di Vespa a Porta a Porta, il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari. «È un reato!», gli ha fatto eco Matteo Colaninno del Pd.

In fondo hanno ragione. Ma è più reato sperperare i soldi del contribuente, e quindi degli italiani onesti, o difendere il frutto di un lavoro? Portare i propri soldi all’estero è o no l’equivalente del sottrarre il malloppo a un delinquente?

Ripeto; non sto parlando dell’Italia… e neppure della Svizzera.

Ho però fatto un veloce e semplice calcolo di quanto è accaduto in Italia.

Ricordo perfettamente che quando emigrai la prima volta in Svizzera, correva l’anno 1963, per acquistare un franco svizzero erano necessarie 145 lire.

Quando riemigrai definitivamente nel 1979 le lire necessarie per acquistare un franco svizzero erano circa 500. Ciò significa che, in meno di venti anni, il potere d’acquisto della lira era circa quattro volte meno; questo per il fatto che, in questi anni anche il potere d’acquisto del franco svizzero era leggermente diminuito.

Dal 1980 al momento in cui l’Italia arrivò a far parte dell’Eurolandia, ci fu un’ulteriore perdita del potere d’acquisto.

Ma, se la moneta di una Nazione perde potere d’acquisto, non potrebbe essere colpa dei Governanti?

Sottrarre il malloppo al delinquente! Guardate un po’ che fine fanno i malloppi dei contribuenti:

http://www.raffaelecozzolino.it/2012/02/02/e-unitalia-di-ladri/#comments

Siamo di fronte a qualcosa di recente.

Lo conoscete?

Sbraitare contro chi porta i soldi all’estero e divertirsi alla “Tremonti” con gli scudi fiscali è sicuramente utilissimo. Ma non sarebbe meglio mettersi a Governare per rendere l’Italia appetibile ai capitali stranieri?

Chi porta i soldi all’estero finisce in prigione. Chi, governando male agevola i “furti” fa carriera… o no?

Con questo articolo non sto dicendo che è giusto far espatriare i propri soldi; vorrei far calmare, rilassare e pensare quelle tante persone che si rovinano il fegato pensando che l’Italia starebbe meglio se nessuno portasse i soldi all’estero.

L’ITALIA STAREBBE MEGLIO SE I GOVERNANTI, SECONDO IL MANDATO RICEVUTO DAGLI ELETTORI, LAVORASSERO PER IL BENE DELLA PATRIA. I SOLDI RIMARREBBERO IN ITALIA E NE ARRIVEREBBERO ALTRI DA INVESTITORI STRANIERI.

Non so se riusciremo ad arrivarci. Non so se la maggioranza degli italiani arriveranno a capirlo. Temo che la mia speranza sia proprio fantascientifica.

Da “LA SETTIMANA ENIGMISTICA”

Forse potremo arrivarci se una buona parte di coloro che si candideranno alle prossime elezioni troveranno il tempo di leggere questo BEST SELLER.

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Venerdì di passione per i romani a causa della copiosa nevicata che ha coperto la Capitale. Spettacolo unico ma i disagi sono stati tanti, troppi, soprattutto perché era stato dato ampio rilievo alla “sicura” nevicata.
Il sindaco di Roma Capitale è scevro da colpe? La legge prevede che il primo responsabile della protezione civile, in ogni Comune, è il Sindaco che organizza le risorse comunali secondo piani prestabiliti per fronteggiare i rischi specifici del suo territorio. Quando si verifica un evento calamitoso, il Servizio nazionale della protezione civile è in grado, in tempi brevissimi, di definire la portata dell’evento e valutare se le risorse locali siano sufficienti a farvi fronte.

La nevicata è stata eccezionale ma ampiamente prevista e Gianni Alemanno non perdeva occasione nei giorni precedenti di lodare il piano neve della capitale.
Come scrive Carlo Bonini, Franco Gabrielli ha più volte offerto l’aiuto della Protezione Civile per fronteggiare l’emergenza ma Alemanno declinava: “Il piano c’è, non ho bisogno di nulla“.
Ma il piano, se esisteva, era inadeguato, infatti il risultato è stato una città bloccata a causa di oltre 40 centimetri di neve. Molti autobus, già alle ore 14.00, erano bloccati per il ghiaccio, i vigili urbani assenti e niente sale sulle strade. Mi piacerebbe sapere cosa avrebbe previsto questo piano…
Secondo Giovanna Vitale il cortocircuito nell’organizzazione è avvenuta all’ora di pranzo di venerdì. Teoricamente era tutto pronto ma, mentre a Roma Nord nevicava già da un bel po’, il Campidoglio esitava a far scattare il piano neve.
Infatti, gli uffici comunali davano più importanza ai bollettini che a quanto stava accadendo. Il bollettino prevedeva precipitazioni copiose solo nel tardo pomeriggio e la incomprensione della realtà ha fatto perdere tempo prezioso. “Due cose non hanno funzionato“, spiega un dirigente assai qualificato, “il peggioramento improvviso delle condizioni  meteo, che ci ha colto alla sprovvista, e l’aver sottovalutato il “rischio specifico” di quella nevicata“.Tre sono stati i fallimenti.
Sale. Roma ne aveva poco e quel poco è stato dilapidato tra mercoledì e il venerdì fatale, quando davvero serviva.
Spazzaneve. Dovevano essere 250 ma si tratta di numeri reali solo sulla carta. Le ditte incaricate della manutenzione stradale avrebbero dovuto, per contratto, garantire anche lo sgombero neve ma la maggior parte si sono rese irreperibili o non avevano mezzi disponibili.
Piano trasporti. Scatta tardi, alle 13.45,  e l’obiettivo di far rientrare tutti i bus al deposito per far uscire le vetture dotate di gomme termiche (800, il 25% del parco circolante) fallisce perché  i bus diretti alle rimesse sono rimasti bloccati nel traffico.
Roma sprofonda in un incubo nonostante un piano neve teoricamente ineccepibile ma che alla prova dei fatti è risultato inadeguato e, invece di chiedere scusa, Gianni Alemanno, entra nel panico più assoluto.
Come prima azione, dopo aver indossato una improbabile felpa alla Bertolaso, invoca una fantomatica commissione d’inchiesta, poi accusa il servizio previsioni meteo, reo di non aver avvertito dell’emergenza in atto.
Con il passare delle ore la difesa del sindaco diventa imbarazzante e, in preda ad una crisi isterica (una su tutte quella in trasmissione contro il povero Luca Telese), accusa tutti: Protezione civile, Anas, Zingaretti e la neve, che si è permessa di scendere almeno 6 ore prima del previsto…
La cosa peggiore che i romani hanno dovuto sopportare in questo week-end, a parer mio, non sono stati solo i disagi dovuti ai disservizi capitolini, ma il dover vedere in ogni TG, in ogni trasmissione d’attualità, Gianni Aledanno, con dei tristi foglietti, sventolati con stizza, atti a dimostrare che lui non c’entra nulla.
Poi si fa fotografare mentre spala la neve, poi abbracciato a due turiste, poi sparge il sale da cucina come un deus ex machina atto a risolvere il tutto, poi è ripreso mentre gira per gli studi televisivi. Ma chi c’è a gestire l’emergenza?!?
Tutti i romani vorrebbero prendere il telefono e urlargli: Sindaco vada al Campidoglio… caxxo!!
Ma, oltre l’incapacità di un sindaco, dobbiamo affrontare la questione emergenze naturali. Perché se Roma ha vissuto un pomeriggio difficile l’Italia non è riuscita ad affrontare un’ondata di freddo ampiamente prevista. Paolo Hutter, giornalista e blogger del Fatto Quotidiano, scrive che i fenomeni più o meno estremi non diminuiranno ma aumenteranno ed è obbligatorio studiare la gestione sociale e comunale del maltempo.
Salvatore Cannavò, sempre del Fatto, così chiude il suo articolo di ieri, che vi consiglio di leggere nella sua interezza: “Il rimpallo (delle responsabilità) serve a far dimenticare che non esistono solo l’incompetenza, la propaganda, la rozzaggine. Ma esistono anche il malaffare, la corruzione, gli interessi privati e, soprattutto un sistema pubblico progressivamente smantellato di cui ora scopriamo la necessità. Sembra che i famosi 250 spazzaneve, tanto sbandierati da Alemanno, sarebbero solo dei camioncini messi a disposizione dai privati che, però, nessuno ha visto. Scopriamo che gli autobus non hanno nessun sistema di emergenza perché l’Atac affonda nei debiti prodotti da “parenti” e amici di turno. Scopriamo che il paese non ha uno straccio di piano ambientale e di protezione del territorio perché “privato è bello” e che “pubblico è spreco”. Scopriamo che l’Alta velocità non salva i treni da mostruosi ritardi. Ma quando ci sono le emergenze e, dunque, c’è la vita di tutti noi in ballo, quel pubblico rappresenta il solo baluardo per farvi fronte. E quel pubblico siamo, saremmo, noi. Nella gazzarra montata ad arte da Alemanno non dovremmo perdere di vista questa visione che, anche sotto la neve, rappresenta l’essenziale.

”Il posto fisso è monotono e l’articolo 18 può essere pericoloso”. Detto da un senatore a vita, membro permanente della Commissione trilaterale, per vent’anni rettore della Bocconi, queste parole suonano davvero come una presa per i fondelli.

“Son tutti finocchi con il culo degli altri” diceva quel comico di Zelig. E mentre l’ano di Monti è per ben adagiato sul divanetto di Matrix, l’ano degli italiani é stato raggiunto da ripetuti brividi di sdegno. Per chi ci governa un posto di lavoro fisso è qualcosa di monotono, quasi il lavoro fosse un gioco, quasi non si avesse un mutuo da continuare a pagare, anche nel lasso di tempo tra un lavoro e l’altro. E i giovani figli di precari, che non si possono permettere di non lavorare neanche un giorno? Chi ci governa non ha capito che non è tanto il lavoro fisso che ci interessa, quanto il pasto fisso che ne consegue. In questo momento storico di crisi economica e diffusa disoccupazione, come si può chiedere a chi sta lavorando di rinunciare alla propria sicurezza? Quanti padri e quante madri fanno lavori pesanti, sottopagati e insoddisfacenti soltanto per la sicurezza di poter offrire un pasto fisso ai propri figli?

Monti giustifica la sua boutade, eufemismo di “cazzata”, affermando che l’articolo 18 contribuisce all’apartheid tra chi lavora e chi no. Insomma, sarebbe colpa dell’articolo 18 se ci sono tanti precari, se i disoccupati non trovano lavoro. Sarebbe colpa di chi é già nel mondo del lavoro se milioni di italiani non hanno un impiego. Ergo, la colpa non é dell’incapacità del suo governo di gestire il mercato del lavoro, ma degli stessi italiani che si ciulano il lavoro a vicenda.

Il vero apartheid italiano, é tra la classe dirigente e il popolo. I nostri politici, tecnici e non, non sanno nulla della vita comune, delle ristrettezze economiche. É sostanzialmente per questo che poi si lasciano andare a esternazioni che ci appaiono così fuori dal mondo: E’  come se loro abitassero su Pandora, dove é tutto blu, come le loro auto.

Il viceministro Martone che dice “laurearsi a 28 anni è da sfigati” non sa cosa vuol dire lavorare 5 ore al giorno per pagarsi gli studi, non ha mai provato a dover saltare intere sessioni di esami (che ritardano inesorabilmente il conseguimento del titolo) perché non si è riusciti a pagare tutte le rate dell’università.

E Monti? Certe cagate da dire in tv, le pensa forse mentre ordina all’autista di parcheggiare nel solito posto fisso della sua auto blu? Poi per forza che gli balenano per la mente idee sulla monotonia…Gli farei provare il brivido della cassa integrazione, o il brivido di arrivare a fine mese con 13 euro sul proprio conto Banco Posta…allora si che amerebbe la monotonia…

Che poi, la starò pur prendendo sul ridere, ma qui la questione é seria: con il lavoro non si scherza. Le primissime righe della nostra Costituzione parlano di “Repubblica democratica fondata sul lavoro”. L’aggettivo “fisso”, che suppone l’accezione “che possa garantire la sicurezza del sostentamento” é implicito. Secondo il volere di Monti la nostra Repubblica dovrebbe essere fondata sul “precariato” ovvero “sulla continua e stancante ricerca di un nuovo lavoro che possa contrastare la monotonia”. Ma non si rende conto di essere smentito, niente popò-di-meno che dall’articolo 1 della nostra sacra ed inviolabile Costituzione?

Monti, nel proseguo della sua chiacchierata con Alessio Vinci, lascia poi intendere che non si sente solo nella crociata contro l’art.18 dato che ha il consenso di Berlusconi. ”Trovo che l’appoggio di Berlusconi sia naturalmente fondamentale per il governo ed è particolarmente significativo”. Dato che anche la Minetti, Sara Tommasi e Ruby hanno la stessa idea sull’appoggio di Berlusconi, non é che anche Monti é stato ad Arcore? E se fosse un altro che fa la lap dance vestito da suora?

Non so a voi, ma la comparsata di Monti a Matrix mi ha sollevato così tanti dubbi sul suo stato mentale, sulle sue reali capacità di comprendere i bisogni del nostro Paese, sul suo rapporto con Berlusconi, che sono rimasto davvero disorientato. Così tanto disorientato che ora me ne vado a cagare nel bidet.

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Immaginate un giornalino indirizzato ai bambini.

Immaginate che nel numero di febbraio di quest’anno sia stato pubblicato un articolo scritto da una ragazzina che racconta un sogno che ha fatto.

Vi chiedo un ulteriore sforzo, proprio una sospensione di credulità. Immaginate che il sogno abbia per protagonista Adolf Hitler che tra l’altro le spiega di aver ucciso gli ebrei “affinché tutti voi sapeste che sono una nazione che sparge distruzione in tutto il mondo”.

E se vi dicessi che il giornalino si chiama Zayafuna, che è indirizzato ai bambini palestinesi e che è finanziato dall’UNESCO?

Niente di nuovo, direte, visto che l’UNESCO non è nuova a imprese di questo tipo e che l’Unione Europea in passato ha finanziato i sussidiari per le scuole palestinesi che predicavano NON l’antisionismo, MA l’antisemitismo persino negli enunciati dei problemi di aritmetica!

E non sorprende allora che Mein Kampf scritto da Hitler riempia gli scaffali delle librerie e occupi i primi posti nelle classifiche dei best sellers nei paesi islamici.

Né ci meraviglia, ma piuttosto ci addolora, che i bambini palestinesi cantino il desiderio di diventare martiri e inneggino alla jihad.

Quel che ci ha veramente colte alla sprovvista è stato FINALMENTE la presa di posizione, per la verità assai tardiva, giunta peraltro in seguito alle decise sollecitazioni del Simon Wiesenthal Centre, della signora Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO. Un vero e proprio evento. Ella afferma che “l’UNESCO sostiene la libertà di espressione come parte integrante del proprio mandato, ma l’inclusione nella rivista di un’affermazione che può essere interpretata [corsivo mio] come apologia dell’Olocausto è contraria al mandato costituzionale e ai valori dell’Unesco ed è totalmente inaccettabile”. E più avanti afferma che l’UNESCO è “scioccata e costernata per i contenuti del numero di febbraio” che “deplora e condanna con forza”, e che “non fornirà ulteriore supporto finanziario alla pubblicazione in questione”.

Che fatica eh signora Irina! E che tempestività! Era solo febbraio…

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Non riesco a definire bene cosa sia. Parto con delle citazioni:

“è un sistema educativo che utilizza il movimento equilibrato, la respirazione e il rilassamento neuro-muscolare per aiutare le persone a conoscere sé stesse, a migliorare le proprie funzioni e a raggiungere un equilibrio psicosomatico”;

“è un Metodo per l’apprendimento e l’auto-educazione attraverso il movimento. Non è una ginnastica, né una forma di terapia o di riabilitazione, e neppure un sistema psicologico o filosofico, ma è un metodo per imparare a conoscere e utilizzare pienamente le nostre risorse”;

“si basa su una serie di movimenti – elaborati dallo scienziato Moshe Feldenkrais – attuati in modo semplice, inusuale e piacevole dove lo sforzo fisico è sostituito dal movimento facile e cosciente. Viene coinvolta ogni parte del corpo ed è posta l’attenzione:

  •      sulle reazioni che i movimenti producono in chi li esegue,
  •      sullo sviluppo di nuovi modi di muoversi ed atteggiarsi,
  •      sulla percezione di se stessi,

risvegliando così l’intelligenza del corpo e la sua naturale spontaneità.  
Attraverso il cambiamento delle abitudini e degli atteggiamenti corporei, è possibile superare rigidità muscolari, dolori e tensioni psicofisiche, rendendo il corpo più armonico e più forte nella sua struttura.
Il metodo ha valore preventivo ed educativo, fornisce una difesa contro lo stress e i disturbi ad esso collegati accrescendo flessibilità, coordinazione e percezione di sé”.

Ho avuto la fortuna di imbattermi in una delle tante pubblicità di associazioni sportive/ricreative che invadono le nostre case/paesi/città alla fine dell’estate, per tornare “in forma” (sì, in forma…..per me la forma è quella…del Parmigiano reggiano!)  ed andare a vedere nella fattispecie cosa proponessero effettivamente.

Mi ha incuriosito questa proposta, ed avendo problemi alla schiena riacutizzatisi, mi sono iscritta.

Le lezioni, serali, si svolgono in un’aula scolastica avente luci soffuse, moquette nuova di zecca, più strutture di riscaldamento, bruciatore con olii essenziali. Le scarpe si lasciano fuori e l’abbigliamento deve essere solo comodo. E possibilmente, caldo ;)

L’insegnante, dopo averci fatto sdraiare su tappetini in gomma, ci induce a riappropriarci mentalmente del nostro corpo,  a farci “scattare una fotografia” di noi stessi, del nostro corpo prima di farci mettere in pratica una (breve) serie di esercizi lenti e calibrati, ognuno secondo le proprie possibilità. Prima dello scadere dell’ora, altra “fotografia” del nostro corpo, che nel frattempo è incredibilmente cambiato.

Ecco: quegli esercizi, apparentemente “innocui”, apparentemente poco incisivi, FANNO! Sciolgono, distendono, fanno sentir bene. Mi sembra di ritornare indietro di 10 anni alla fine di ogni seduta dall’osteopata: la sensazione di benessere è la stessa. E quindi oserei dire che questo metodo, da me appena iniziato, possa nel mio caso definirsi “auto-osteopatia”.

Grazie dr. Feldenkrais ;)

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“Alzarsi presto la mattina come se la giornata dovesse avere un senso”

(da Lui sì che capisce le donne)

Voglio dirlo. Ci sono effettivamente giorni che non fanno proprio iniziare le settimane . Né ci sono ‘buongiorno’ che salvano in qualche modo la faccia alla giornata, nemmeno con il caffè portato a letto giustoperchèoggimisentobuon*.  Né c’è persona dolce o bendisposta che tenga la nostra sbornia da avvelenamento esistenziale.

Quelle precise giornate direte, infatti, mollo-tutto. Effettivamente comincerete a progettare di – tecnicamente detto – fanculizzare tutto e tutt*, criceti compresi, e di iniziare una nuova attività di bibitar* ad Honolulu. Magari a vendere le granite. Presto detto: bastavadoavenderelegraniteahonolulu!

Primo errore della vostra vita: o forse secondo, dopo quello di mollare tutto. Controllate effettivamente com’è il mercato delle granite ad Honolulu. Magari avrete brutte sorprese. Innanzitutto penso alla concorrenza: prima di voi sicuramente anche altri avranno impostato questa via alternativa dopo il fallimento del darsi all’ippica. Dovrete quindi effettivamente creare un cartello o un mercato per ammorbidire la già scarsa concorrenza di bibitari.

Seconda tematica: come vendere ghiaccioli o, peggio, granite con il cambiamento climatico imperante? A questo punto pare più saggio vendere delle limonate, magari fanculizzerete nello stesso modo.

Il terzo quesito è: una volta arrivati ad Honolulu, qual è il concreto cambiamento nella vostra vita? Anche lì, in fondo, è presente altro genere umano che mostrerà i medesimi sintomi della piccola porzione con cui già avevate a che fare. La scommessa di vendere le granite con l’aumento delle temperature, sebbene possa essere avventata economicamente, è quello che vi riscatta dalla giornata, da quel buongiorno che non vi è mai appartenuto.

Altra soluzione saggia: rimanete sulla linea del cambio di data. Non si sa mai.

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MINIMALISMO FAMOSO

Come l’altra volta, un articolo di Elisa Barindelli ha dato origine ad un mio post.
Vi invito a leggerlo, prima di proseguire, “La tecnologia non è la causa dei nostri difetti”, molto bello:
Ho iniziato a scrivere un commento, poi era troppo lungo e lo pubblico qui. Riprendo alcuni spunti di Elisa (se mi permette di darle del tu :-) ):
Non esistono minimalisti famosi.
Se uno è minimalista per forza di cose non è famoso.
Però esistono pseudo minimalisti in cerca di fama.
Mio zio è minimalista, vive sul mare, ha i cani, recupera la legna per la stufa, riutilizza tutto. Mio padre non ne parliamo, non sa cosa sia un ventilatore, l’aria condizionata, non ha il gas da città, non gli è mai servito. In Sicilia non serve, almeno non a quelli di una certa generazione. Ne avete mai sentito parlare di mio padre? Di mio zio?
Eppure loro sì che possono insegnare come si vive con poco, con poca acqua addirittura, dato che in Sicilia è razionata. Non parliamo di cose come il PC, etc, hanno il cellulare e la linea telefonica. Anzi, no, mio padre la scrocca a mia nonna. E’ minimalista e pure scroccone.
Naturalmente non sa cosa sia un minimalista.
I minimalisti “noti” non fanno che applicare una vecchia e ormai consolidata tecnica pubblicitaria sviluppata negli anni 50 negli USA.
Consiste nel trasformare mediaticamente un prodotto “culturale”, un idea, una visuale, in un prodotto “naturale”, un qualcosa che c’è sempre stato. 
A spacciare quindi un costrutto culturale per un fatto connaturato all’esperienza umana. Non è così. E’ proprio un prodotto nuovo, un idea nuova, sotto mentite spoglie. Per forza di cose è anche un’idea “ricca”, ovvero un ‘idea che può nascere solo in un contesto ricco, come quello in cui viviamo. Tipo l’arte povera che a volte costa un occhio.
Qual’è la differenza?
La stessa differenza che passa tra una moda (passeggera) e un’utilità vitale, esistenziale (permanente). Il prodotto così confezionato è vendibile, nobilitato, giustificato.
Quando all’università studiavo il marketing e la pubblicità ricordo la straordinaria esperienza dei biscotti del “Mulino Bianco Barilla”. Furono una vera rivoluzione in quanto, per la prima volta in Italia, non fu la pubblicità ad adeguarsi al prodotto, ma il prodotto “nacque” in seguito ad un lavoro forse durato anni di indagine sulle attitudini dei consumatori in cui vennero coinvolti celebri personaggi del mondo della sociologia che oggi scrivono per riviste affermate e sono autori di best-seller divulgativi. L’Azienda, in quel caso, non aveva il prodotto, ma una capacità produttiva inutilizzata e non sapeva bene cosa farne. Un precedente progetto andò in fumo e si decise di provare la strada dei biscotti.
Indagini di mercato avevano rivelato che i “biscotti Barilla” non avrebbero attirato i consumatori. Allora serviva trovare un marchio “contenitore”, qualcosa che richiamasse la tradizione del biscotto. Si pensò ad un marchio di tipo inglese, perché l’Inghilterra è la patria, la casa, dei biscotti. Poi però, proseguendo con gli studi e le interviste, ci si rese conto che la vera “casa” dei biscotti era un’altra: la pancia. Occorreva approfondire, trovare un legame emotivo, la “pancia” sì, ma non solo quella fisica, ma anche emotiva. Indaga che indaga, si arrivò infine alla scelta del marchio “Mulino Bianco”. Perché? Perché durante i test ci si rese conto che le sole parole “Mulino Bianco” evocavano ricordi lontani, calorosi, familiari, di un tempo perduto, anche in chi un mulino non lo aveva mai visto in vita sua.
Ecco come trasformo un prodotto “culturale”, un idea (di marketing) in un prodotto “naturale” (indispensabile, la propria storia, i propri ricordi, in alcuni casi una speranza per il futuro che c’è sempre stata e adesso, finalmente, viene rivelata).
Ora, questo è naturalmente un esempio in quanto sto parlando di un caso che si pone ai vertici della storia del marketing, un’Azienda che invece di imporre la propria immagine ai pubblicitari nella creazione del brand, accetta di farla definire in toto dagli stessi creativi. Addirittura che costruisce i propri prodotti, che sceglie i propri ingredienti sulla base di una precedente operazione di conoscenza sociologica.
Ma la chiave è la stessa:
Se si riesce a spacciare un’idea, una proposta mediatica, culturale, per “naturale”, si è ottenuto l’accesso ad angoli dell’emotività umana che immediatamente spalancano porte altrimenti precluse.
Questo è il motivo per cui le idee chiaramente più di tendenza, modaiole, vengono a volte accettate con filtro quasi nullo. Non dico messe in pratica, è cosa diversa, ma accettate come “naturali”, anche se poi minimalisti non si diventa di certo. Ma si apre la porta. E con la porta aperta è possibile fare business. Ed io ammiro chi sa farlo, come ho spiegato nei post precedenti: la nostra economia si basa sugli scambi e quando si offre un prodotto, anche culturale, anche inutile, che viene lietamente accettato, addirittura contenti di versare un corrispettivo, è l’intera società che ne beneficia (a meno che non si tratti di armi o mine antiuomo che deploro).
Ma è un business. Ed è giusto che lo sia.
Naturalmente il minimalismo è un’altra cosa, ne abbiamo già parlato qui:
Se uno è minimalista la tecnologia non lo preoccupa.
Non lo spaventa. Il problema semmai è un altro: la tecnologia è necessaria al business. Senza tecnologia, senza media, non gira ”il nome”, non girano soldi, oppure girano solo attraverso i canali tradizionali ma è difficile per un emergente entrarvi, i posti sono già occupati.
Il minimalista è distratto (o almeno, io lo sono!)
Ora, se è distratto ed è pieno di gadget, neppure li vede. Nelle auto ci sono tantissimi indicatori, io non so a cosa servono. Neppure li vedo. Come faccio a farmi distrarre da qualcosa che per me esiste solo distrattamente? Non riesco neanche a comunicare la lettura del gas, l’indicatore sui termosifoni riporta quattro numeri diversi, ho dovuto spedire un fax per non sbagliare, con riportati tutti i dati che leggo. Come faccio a farmi distrarre da ciò che per me neppure esiste?
Il minimalista, quando incontra una tecnologia che gli serve davvero, non la molla più!
Mio padre col cellulare ha scoperto che può chiamarmi quando vuole. E’ un problema trovare LUI invece, dato che è minimalista e la tecnologia LA USA, ma non ha ben chiaro perché debba rispondere al telefono quando altri lo chiamano. Il telefono serve a LUI per chiamare quando vuole, non ad altri per trovarlo quando vogliono. La pensa così. E quel cellulare non lo molla più, ma non risponde. Come fa ad essere disturbato dalla tecnologia uno che non risponde neppure al telefono? Perché si comporta così? Semplice: è minimalista dentro, fino al midollo. Pensa che se è davvero urgente richiameranno in un momento in cui avrà voglia di rispondere, cosa può esserci di così importante?
Le poche cose della sua vita le ha tutte sotto controllo!
Per me è lo stesso con gli mp3. Ne vado matto, le trasmissioni in podcast sostituiscono radio, TV, e rendono un piacere per me i viaggi del mattino in mezzo al traffico, aprono un mondo di conoscenze che altrimenti non potrei assaporare. Capita anche che sintetizzi intere piece teatrali in MP3 per ascoltarle dove voglio. Niente con TV, satellitare, pay-per-view, e tutto il resto, quella tecnologia la voglio!
E i libri classici disponibili gratuitamente in rete? A gennaio compro il lettore di e.book e dico addio a quintali di carta e librerie,
Perché sono distratto. Se una tecnologia mi piace ne vado matto. E’ come la vecchia signora che non vuole saperne niente della modernità, poi passa un rappresentate col mega aspiratore che pulisce la casa in un baleno e lei glielo acquista subito in contanti (esperienza mia). La vecchina non so se è minimalista o meno, ma la schiena è schiena!
E Linux? Sapete quanto tempo sto dedicando a capirlo? Benedetto Linux, ha risuscitato il mio portatile di, ehmmm, quasi otto anni. Sembrava morto, adesso va che è un cavallo! Però il tempo lo perdo eccome a capire i comandi! Però finché va, un altro non lo compro. Farei presto, costa trecento euro tutto incluso, ma non è per i soldi, non è per questo o per quello, è proprio che ce l’hai dentro, è una specie di malattia, ogni cosa che reputi superflua ti appesantisce, ti annoia, non la vuoi, ti pesa. Ma quello che ritieni utile lo prendi eccome, al volo, anzi è amore a prima vista!
Però, alla fine, posso assicurare, è tutto tempo guadagnato, nonostante gli sforzi profusi, io mi diverto proprio con questo sistema operativo del pinguino, pensare che da qualche parte qualcuno ha lavorato, gratis, per permettere a me di salvare il mio portatile e stasera dialogare con Voi. Non l’ho neppure ringraziato.
Forse dovrei ringraziare troppa gente. 
Allora esiste gente che fa le cose nell’oscurità, magari disinteressata, che usa la tecnologia perché gli piace, che la mette a disposizione degli altri in un forse folle, assurdo, impulso di generosità. Questa gente non odia la tecnologia. Anzi, ne fa participi gli altri. Così mi piace :-) .
Ringrazio Elisa di http://www.landroideminimalista.com per gli spunti che sa offrire. E se avete reclami perché ho scritto troppo, prendetevela con lei.

A mio padre (di Antonella)

E’ un incedere lento di emozioni, un fluire disteso di sensualità. E’ che certe volte il vuoto è troppo, troppo, grande e penso alla mia vita tenuta assieme con lo spago. Un puzzle che somiglia ad una valigia di cartone, quella dei tempi andati delle prime migrazioni. Ci sono io che sogno quei mercati rumorosi, la voce delle anime che popolavano il quartiere, gli occhi di mia figlia con le sue prime espressioni, il mio singhiozzo, ché era disperato, per un tempo senza luce. I pugni stretti e quella forza che non so da che venisse.

Dita forti che strappavano la carne, lembo dopo lembo, fino a mostrare la nudità completa, fatta di fibre e segmenti, il latte dal mio seno, quel nutrimento privo di capacità. Restituivo miseria acida, parlavo con le mie paure, ingurgitavo fiele. Infine lì a sorprendermi e a ricavarne meraviglia, ché è tanto spesso e resistente l’auspicio di restare, esserci, respirare.

Lo vedi un po’ come sei tu, cara madre, non ricordi niente. E tu che sei mio padre non volevi che io calpestassi fango sicché mi hai dato fibra asciutta per farmi transitare da una vita all’altra. Quel telo che resta a protezione e che ora è steso a tutelare la carne di mia figlia.

L’amore è una gran cosa, ché te lo porti dentro e se io so trasmetterlo è ché ne ho ricevuto tanto. Essere amata è una ricchezza che non può esser persa, rimossa, vilipesa. L’amore è fatto di paure, abbandoni e perdite. Ricevo almeno due telefonate al mese in cui mi fai sapere come stai. Sei un uomo stanco che protegge il suo ultimo cammino. Io vorrei ridarti indietro il tuo tessuto per accompagnarti alla tua morte senza mai lasciarti inciampare. Ché lo faremo insieme quel percorso, con grazia e con timore, perché non sarai solo quando si spegnerà la luce.

Rischiarerò la mente con le mie parole, ti leggerò i brani del poeta, ti narrerò le storie che non hai mai conosciuto, e ti dirò di me, si, fino in fondo, perché vorrei che tu mi conoscessi per davvero, padre, perché lasciarti andare senza dirti niente sarebbe come morire assieme a te.

Ti voglio vivo. Voglio che tieni stretta buona parte di me. Voglio che tu ti senta al sicuro come hai fatto stare me. Voglio l’amore, il tuo ultimo respiro, la tua carezza. Voglio sentirmi dire che mi hai stimata, voluta, desiderata. Voglio sentire la schiena mia protetta, ché io non debba cercare altri inutili abbracci in tua sostituzione, perché non me li merito, quei surrogati sciocchi.

Voglio l’amore franco, lo voglio puro, lo voglio intero. Lo voglio qui, adesso, e lo vorrei da te. Se è amore il tuo il resto mi sarà più semplice. Se non lo è sarò condannata al niente, ancora adesso, ché mi basto e mi consolo. Ti prego, non chiudere gli occhi, senza dirmi che mi ami…

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